RadioAut – contro le mafie

Ecco la nostra nuova pagina speciale in preparazione alla giornata nazionale Libera, che si terrà a Latina il 22 marzo 2014. La nostra redazione ha deciso di dare il suo contributo sia indicendo un concorso (Radio Aut) per racconti e disegni di storie di Mafia sia attraverso un’inchiesta condotta sul territorio per scoprire quanto la Mafia è penetrata a Latina e dintorni. L’abbiamo chiamata i nostri passi, i nostri cento passi che porteranno al 22 marzo sì, ma anche verso un rinnovato impegno quotidiano nella lotta all’illegalità.

1. NOI NON SIAMO COME LORO

Quando Alessandro mi ha proposto di lavorare insieme a questo progetto, non sapevo cosa aspettarmi dalla nostra collaborazione, o meglio,  con la mia ingenuità, pensavo che sarebbe stato facile scrivere insieme, che non saremmo dovuti entrare in contatto più di tanto, io avrei scritto i miei articoli e curato gli argomenti che più mi attraevano, e lui avrebbe fatto lo stesso. Saremmo stati due strade parallele. Niente di più sbagliato. Da queste settimane di vicinanza forzata, ho capito quanto sia difficile confrontarsi con un sistema di pensiero completamente differente dal mio, ma anche, e soprattutto, quanto sia necessario imparare a collaborare con persone diverse da me eppure animate dallo stesso incontenibile desiderio di verità. Con il tempo ho scoperto che questa  capacità di fare gruppo, di imparare a stare e a restare  insieme è una delle colonne portanti di LIBERA, perché non abbiamo bisogno di eroi, ma di persone, e di persone pensanti. Di persone e ideali, un legame in grado di creare terremoti sociali e rovesciare la realtà. Abbiamo lavorato su questa scia, sulle tracce delle persone che con la mafia convivono e stanno imparando ad arginare questo fiume putrido. Sulla scia di racconti, di storie, di sbagli e di quei piccoli successi che fanno scorrere nelle nostre vene, a lento rilascio, la radicata convinzione di poter estirpare il pensiero mafioso e la voglia di continuare a farlo attraverso l’antimafia sociale. Ho capito che è nostro diritto e dovere, cercare la verità e pretendere la verità, sempre. Non nasconderci dietro il mantra del tanto-non-cambia-mai-niente, non chiudere gli occhi per paura di vedere, e avere voglia di parlare, non stufarci di dire che “noi non siamo come loro”, ripeterlo forte, gridarlo nelle piazze, comunicarlo a tutti quelli che incontriamo e infine, dimostrare che noi non siamo come loro e non lo saremo mai. Non siamo come gli uomini d’onore della Sicilia, non siamo come le persone che hanno interrato i barili di rifiuti tossici nella discarica di Borgo Montello, e non siamo come il nostro vicino di casa, che sta zitto, si fa gli affari suoi, non si mette mai in mezzo. Il silenzio è un’aggravante e pesa più di mille omicidi perché è sempreverde, non muore mai, anzi cresce e contamina tutto e tutti. Non devono esistere strade parallele, non deve esistere la  comodità di “farsi gli affari propri”.

E’ importante che possiate leggere questo contributo sul nostro giornale scolastico e, devo ammetterlo ne sono felice. Se durante le ore di lezione l’educazione civica è latitante, questo mezzo d’informazione diventa il megafono per far sentire la nostra voce, come studenti e come cittadini. Spero vivamente che le scuole continuino ad essere un presidio di legalità, e se non lo sono che lo diventino. Il pensiero mafioso si combatte con la cultura e con la verità, non mi stanco di scriverlo. In quest’ ottica è importante che la scuola si ponga come obiettivo quello di stimolare la cittadinanza attiva e la partecipazione, in tutte le sue forme. Abbiamo il diritto di formarci e di crescere nella legalità. Abbiamo voglia di plasmare, giorno per giorno e così consolidare la nostra coscienza sociale.    Il problema è che siamo abituati ad ascoltare, e di rimando, a credere che la Mafia, quella vera, stia solo in Sicilia, la Camorra in Campania, quando invece ci hanno sempre raccontato delle storie pericolose perché incomplete. E’vero che in Sicilia c’è la mafia, ma c’è anche dietro casa nostra. Ed è come un fiume sotterraneo che inquina tutto. E’ una puzza che dobbiamo imparare a percepire e ad arginare, è un sottosuolo da rivangare.

Grazie a questa considerazione e in vista della manifestazione nazionale di LIBERA del 22 marzo che si terrà a Latina, abbiamo voluto e cercato più che mai di lavorare sul nostro territorio. Ci siamo messi in contatto con Fabrizio Marras ( responsabile provinciale di LIBERA n.d.r.) è dal nostro incontro sono nate diverse interviste che ci riguardano da vicino e che speriamo possano essere interessanti. E speriamo anche che possiate e vogliate leggere le dichiarazioni di Carmine Schiavone sulla discarica di Borgo Montello, gli articoli di Marco Omizzolo sul Caporalato nelle campagne della pianura pontina, il libro “Onora la madre” di Angela Iantosca, che scopriate quanto sia importante la partecipazione femminile nelle organizzazioni mafiose e quanto una vera cultura dell’emancipazione potrebbe aiutare a contrastarle, che abbiate il piacere di conversare con Fabrizio Marras e che scendiate in piazza il 22 marzo ad urlare che noi non siamo come loro, perché non vogliamo esserlo, che non abbiamo paura, perché siamo in tanti e siamo più di loro, e che se abbiamo paura il coraggio è sempre più forte.

Beatrice Bianchi

2. INCONTRO CON FABRIZIO MARRAS: UN IMPEGNO DI GIUSTIZIA

 Prima di presentare e svelare i contenuti di questo incontro, mi piacerebbe raccontarvi come io e la mia amica Beatrice ci siamo imbattuti nel signor Marras. Premetto che né io né lei  sapessimo chi fosse fino a poco tempo fa. Quando abbiamo deciso di compiere questo percorso sulla Mafia in previsione della manifestazione del 22 Marzo qui a Latina, abbiamo preso informazioni sull’associazione Libera e i suoi responsabili. Il primo nome che ci è stato dato è quello di Fabrizio Marras. Prima di prendere un appuntamento per fare l’intervista ho tentato di raccogliere un po’ d’informazioni su questo signore. Poco e niente: i testi consultati asserivano solamente che fosse il coordinatore provinciale di Libera per Latina, vi era qualche intervento registrato dai giornali sugli attacchi ripetuti al centro di Borgo Sabotino. Niente più che me lo presentasse. Su Google immagini appariva una foto di un certo Fabrizio Marras, e ingenuamente credevo fosse la sua foto.

Martedì 7 gennaio ’14 gli telefonammo e prendemmo un appuntamento a Piazza del Popolo per il giorno dopo. 

Presentandoci puntualmente, io e Beatrice ci rendemmo conto che l’appuntamento preso a Piazza del Popolo in generale  era un tantino approssimativo, considerato che l’area è piuttosto estesa. Cosa decidemmo di fare? Ci sedemmo vicino la fontana ad aspettare, “più Piazza del Popolo di questo si muore”.

10 minuti, 15 minuti, 20 minuti… E il signor Marras non si vedeva. Io e Beatrice cercavamo fra i volti delle persone, ma niente. Sapevamo bene che sarebbe arrivato da Aprilia, perciò stupidamente pensavamo si trattasse di un semplice ritardo.

Giri infiniti attorno all’albero di Natale… sarà di qua. No, sarà di là. C’era un signore anziano al centro della piazza, si guardava attorno imbambolato. Forse aspettava qualcuno, forse non stava facendo nulla.

Sarà lui Marras?- No, no… non è possibile, non ha la faccia.

Ad un certo punto il vecchietto andò via, lasciandoci col dubbio che si trattasse del signor Marras.

Dopo poco vidi arrivare un signore che parlava al telefono con molta foga. Sarà lui Marras?

Questo signore man mano si avvicinava e comprendevamo meglio i tratti del volto. Era un uomo di massimo 40 anni, non esattamente la descrizione che ci avevano fatto…

Esasperati dall’attesa, decidemmo finalmente di chiamare il signor Marras. Quando ci rispose, scoprimmo subito che ci aveva aspettato per trentacinque minuti di fronte l’edicola, pensando che fossimo in ritardo. Stava andando via, ma decise di fare marcia indietro e di raggiungerci all’edicola.

Quando arrivò inizialmente lo ignoravamo aspettando il signore della foto che, poverino, non sarebbe mai arrivato. Poi Fabrizio Marras si fece avanti chiedendo se fossimo noi coloro che desideravano tanto intervistarlo. La prima reazione fu: “Oddio, Bea, che stupidi che siamo stati! Non è l’uomo della foto! Sa, signor Marras, noi ce la immaginavamo in tutt’altro modo.”

A parte la sbadataggine di entrambi e le comiche avventure, Fabrizio Marras è stato davvero un uomo di spirito. Non tanto per le battute, il momento di scherzo… quanto nell’ironia che aggiunge nel suo lavoro, nel parlare del suo lavoro, il piccolo distacco che glielo fa osservare oggettivamente. Questo lo si noterà nelle parole dell’intervista, trascritta fedelmente alle sue parole.

Fabrizio è coordinatore di Libera da un po’ di tempo per la nostra provincia,  è una persona con grande forza civica ed etica. Il suo impegno è costante e mai stanco, mai esasperato.  La prima volta che gli telefonai, chiesi di poter vedere il centro di Borgo Sabotino. Lui fece una risata ironica,  un po’ scontenta. Scoprii dieci minuti dopo che c’era stato l’ennesimo attentato al centro.

“Il messaggio è chiaro: voi non andate da nessuna parte”, così dice Marras riguardo i vari colpi che ci sono stati nella sede.   Si va avanti, però, con più determinazione di prima a combattere una parte di società che ignora il bene collettivo, che bada solo al proprio tornaconto , all’orticello e agli spiccioli nascosti sotto. Una società che fa l’indifferente e non s’indigna, copre rendendosi complice dei delitti verso il nostro Stato. Abbiamo il 90% della colpa, dice Marras, ma è colpa anche della fangosa solitudine che ricopre l’uomo oggi.  Non c’è più il senso del gruppo e di conseguenza non esiste più la sicurezza di ribellarsi senza essere pugnalati. 

Nell’apparente luccichio delle luci di Latina, c’è qualcosa di polveroso, un po’ miserabile che incarna la fragilità di una terra nata dal nulla, retta dall’acqua. In questa fragilità è nata la Mafia, ormai ovunque, non più circoscrivibile né tantomeno ignorabile: ciò che ha riferito Carmine Schiavone su Borgo Montello è allarmante poiché il numero di malati di cancro aumentano, aumentano i morti come sono cresciuti i loro profitti sotterrando sostanze tossiche. Equazione soldi=morti.

Che interessa a me? Che posso fare io? Comportarsi da eroi non serve a nulla, ci si rimette soltanto il più delle volte, asseriranno molti. Il problema è assai più grande di quello che si potrebbe pensare e ha origini antiche, che si perdono nei perché della Storia. L’indifferenza e l’omertà innanzi al cervello mafioso è lo stesso caso del biglietto non pagato sul pullman: che-me-ne-frega-a-me, io-penso-per-me, c’ho-famiglia. Senza sapere che tutti quei che-me-ne-frega-a-me, io-penso-per-me, c’ho-famiglia uccidano lo Stato cento volte ogni volta che li si pensa. Stiamo osservando direttamente il prodotto del fregarsene dello Stato autoesonerandosi dal pagare le tasse,  tra i 255 e i 275 miliardi di imponibile sottratto all’erario con forti ripercussioni sul deficit pubblico e sul conseguente debito pubblico, sicché lo Stato deve tagliare la scuola, la sanità, scervellarsi a trovare nuove tasse per chi l’ha sempre pagate. Questo è il frutto del menefreghismo: un paese a rotoli. Nessuno guarda, nessuno sente, nessuno parla, atteggiamenti comuni di cui è facile approfittarsi. E’ così che nascono le mafie.

 

Alessandro Raponi: Signor Marras, recentemente abbiamo tutti appreso il nuovo caso  di vandalismo contro il presidio di B. go Sabotino. Cosa sta a significare tutto questo?

Fabrizio Marras: Prima cosa non chiamiamolo presidio, perché Borgo Sabotino non è un presidio di Libera. Con presidio noi intendiamo dei gruppi informali di persone che su un territorio s’impegnano con l’associazione. Il centro di Borgo Sabotino è un terreno affidato dal Comune di Latina a Libera per svolgere attività culturali, sociali, etc. Il fatto che ci sia stato, tra i più rilevanti, credo, il sesto atto vandalico, o attentato, e tenendo conto che si è verificato ad una settimana dall’annuncio di nuovi soldi che sarebbero stati investiti per sistemare la struttura dopo l’atto vandalico di Agosto, i tempi così ravvicinati lanciano solo un messaggio: piantatela di investirci soldi perché non andate da nessuna parte. Quindi non hanno alcuna intenzione di far sì che quel terreno, confiscato per abuso edilizio, venga utilizzato per diverse attività. Da questo punto di vista il messaggio è molto chiaro.

Bisogna, però, tener conto che molto probabilmente non c’è assolutamente la mano della Mafia, o di altre organizzazioni criminali dietro questi attentati, sia perché il terreno è stato confiscato per abuso edilizio, sia per quanto risulta dalle indagini svolte.

E’ una questione di mentalità, credo. Questo rifiutare il sequestro per abuso edilizio di un terreno, e che possa essere utilizzato in maniera diversa dal fare soldi, è il prodotto di un certo tipo di mentalità che dice: “Finché faccio i soldi col sudore della mia fronte tutto è lecito”, una constatazione dell’illegalità diversa da quella che dovrebbe essere (si dà per scontato che certe cose non siano illegali).

 

E quindi di cosa si occupa il centro di Borgo Sabotino? Da cosa è nato?

 

Il centro di Borgo Sabotino è nato per aggregare diverse realtà, diverse associazioni che si trovano nel territorio per svolgere un’attività di tipo culturale. Ci sono stati fin da subito atti vandalici rilevanti, non dal punto di vista economico però. Sono stati rilevanti più per gli effetti che hanno prodotto: rompere le vetrate, le sedie, sporcare tutto… l’impatto visivo è stato maggiore, ma il danno economico minore. Siamo sempre riusciti ad andare avanti in questo senso. Da Gennaio 2013 c’è stato un cambiamento, che ci ha limitato molto nelle iniziative: il primo dell’anno è stato dato fuoco ai tendoni.

 

Tutte queste situazioni non esasperano?

 

Oddio, a stancare stancano parecchio. La volontà, però, non viene esasperata. Ci sono problemi economici, non siamo una banca.

L’altro discorso è che se una persona viene di pomeriggio in bicicletta, butta la benzina sopra i tendoni e dà fuoco, non è una persona che viene da lontano… è naturalmente una persona del posto. Dare fuoco in questo modo significa non prestare attenzione a chi si può trovare all’interno della tenda. Solitamente è un luogo in cui si ospitavano gli scout, che in inverno dormivano dentro. Se un tale viene e dà fuoco non accorgendosi che all’interno vi sono venti lupetti dentro ai sacchi a pelo, è un problema molto, molto serio. Siamo stati costretti a ridurre le attività che comportavano anche il pernottamento, è una questione di tutela dei ragazzi. Da allora i danneggiamenti fatti sono stati molto più sostanziali: distruzione dell’impianto idraulico, vetri rotti, o, l’ultimo, la distruzione dell’impianto elettrico (hanno tagliato i cavi elettrici in maniera sistematica in tutto il campo). Gli stessi computer che monitoravano le telecamere per la sicurezza sono stati asportati, grosso danno dal punto di vista economico.

 

 

Secondo lei c’è forse paura da parte della popolazione per il percorso culturale intrapreso nel centro di Borgo Sabotino?

 

Non c’è paura, secondo me. E’ un problema di pensare: è una cosa che non mi riguarda. Se fosse stato sequestrato per Mafia, l’atteggiamento della popolazione sarebbe stato sicuramente diverso: in quel caso il sequestro sarebbe stato interpretato come un atto contro dei criminali a tutti gli effetti. Trattandosi, però, di gente che aveva costruito in maniera abusiva, scatta un altro fattore: nel territorio più di uno ha costruito qualcosa di abusivo (se-l’hanno-sequestrato-a-loro,-potrebbero-sequestrarlo-anche-a-me).

 

Abbiamo parlato di indifferenza. Qui a Latina, secondo me, c’è tanta indifferenza, tanta omertà nelle persone. Inutile, dannosa, considerate le dichiarazioni recentemente emerse di Carmine Schiavone, che parlano della discarica di Borgo Montello. Cosa mi dice a proposito? Mi corregga se sbaglio…

 

Ti correggo subito… piantala di darmi del LEI, altrimenti mi viene lo stimolo a girarmi, a cercare chi altro sta nella stanza.

 

Ok, la pianto. Ti do del TU!

 

Bravo… Allora il problema grosso è proprio questa forma di indifferenza che spesso sconfina nell’omertà. Sicuramente l’indifferenza è più diffusa: mi faccio i fatti miei, non voglio vedere, non voglio impicciarmi.

 

Alessandro Raponi: Non è paura? 

 

Oggi si è diventati anonimi.

Nessuno è disposto a dare una mano. Certo, c’è la componente della paura, specie in chi svolge attività commerciali che potrebbero comportare intimidazioni varie, vendette, ripicche, minacce. Atti di una mentalità mafiosa.

 

Che cos’è la cultura mafiosa?

 

Un tipo di mentalità che si è espansa in tutta Italia. Ormai la si trova in Liguria, in Lombardia, a Milano… E’ il problema più grande, è una cultura con caratteristiche ben precise, ha delle regole nette.

 

Come disse Falcone, una piramide…

 

Esatto. Lì bisogna comportarsi in una certa maniera, altrimenti ti sparano, molto semplice. Non servono ventisette articoli di Codice Penale per trovare una pena nella cultura mafiosa, ha regole semplici come quelle del calcio, basate in questo caso sull’autorità. Il capo comanda, il vicecapo comanda, un po’ di meno, ma comanda e così via. Questo dà sicurezza alla gente, si delega ad altri, fai quello che comandano, sai come ti devi comportare, come ti devi vestire. Sono cose facili da capire: non mi devo impicciare di niente. Anche questa è una regola: se mi faccio gli affari miei, rispetto le regole della cultura mafiosa.

 

Perché una persona casca in questo circolo vizioso?

 

Perché è più semplice. Non ci sono alternative valide. Lo Stato e i partiti hanno dato un esempio negativo, a tal punto che i cittadini non hanno fiducia.

 

La colpa è dello Stato, quindi, secondo te?

E’ dell’assenza dello Stato in tanti territori e quindi è più facile rivolgersi a chi dà sicurezza, dà lavoro. L’anno scorso arrestarono una serie di donne a Scampia, durante una retata per prendere dei trafficanti di droga. Quando le forze dell’ordine se le trovarono davanti chiesero: “Ma che fate qui?”, erano tutte in fila. “Siamo in fila per chiedere un posto di lavoro da spacciatore per i nostri figli.

Soldi facili…

E’ l’unica alternativa che spesso ti trovi davanti, se non hai condizioni di lavoro legali e hai bisogno di lavorare, ti rivolgi a loro. Qui il confine fra legalità e illegalità è molto sottile. Entra in ballo la necessità, più va avanti la povertà e più prosegue la crisi economica, più è facile che si creino queste fasce di persone che per tirare avanti sono disposte anche a fare questo.

Quant’è la nostra colpa davanti a ciò?

Il 90%, direi. Di quello che non facciamo.

Senti, recentemente il presidente di Libera Don Luigi Ciotti ha affermato che la Mafia si batte attraverso l’istruzione. Roberto Saviano, pochi giorni fa,  si è espresso, dopo aver partecipato al progetto per il recupero di ragazzi di strada “Dedalus”, dicendo che non andando più a scuola si perde anche l’ultima speranza di costruire il proprio futuro. Quanto credi che sia importante la scuola contro la cultura mafiosa? Cosa diresti ad un insegnante?

La cultura e la scuola  sono fondamentali. Noi viviamo in una società in cui l’informazione, l’analisi della realtà arriva solo attraverso i media. E’ un’informazione monca e molto spesso pilotata: la televisione propone obbiettivi irraggiungibili normalmente, obbiettivi estremamente elevati. Bisogna far capire alle persone che non sono quelli gli obiettivi. E’ una cosa molto difficile in casa, proprio perché molto spesso i genitori subiscono, quindi si crea questo divario enorme fra realtà e aspettative.

L’unico organo che può dare un segnale diverso è la scuola, deve riassumersi il compito di rieducare alla civiltà, a far ragionare, a prendere atto di quello che trovi. Il Greco, ad esempio, è una bellissima materia, che stimola molto il ragionamento, ma non deve essere fine a se stessa: quel ragionamento deve essere calato nella realtà.

E’ questo che dovrebbero fare i professori: da un lato stimolare, formare, dare conoscenze, ma anche prendere atto dei problemi attorno a noi. E siccome i giovani fino al liceo, grazie al cielo, non hanno iniziato ad abituarsi alla filosofia del compromesso (per l’interesse mio io cedo su questo, per avere quello) il primo passo verso la resa, allora forse c’è ancora qualche speranza lavorando con i ragazzi.

 

Che supporto danno le istituzioni a Libera?

 

Dipende da posto a posto. Direi che Libera è aperta alla collaborazione con tutti, ma non tutti vanno bene per collaborare con Libera. Se io mi trovo ad avere a che fare con un’organizzazione comunale che nega l’esistenza della criminalità organizzata nel suo territorio, o che ha assessori piuttosto che consiglieri comunali sotto processo, corrotti, è difficile che Libera riesca a collaborarci. Normalmente negli ultimi anni tutte le amministrazioni comunali tendono a rivolgersi a Libera. Perché? Perché la vedono come un attestato per ripulire l’immagine e in questi casi la risposta è NO, nessuno si ripulisce la coscienza con noi, col nostro logo. Poi esistono amministrazioni pulite, che lavorano seriamente, con cui si avviano interventi anche nelle scuole, iniziative col patrocinio delle istituzioni.

 

Il comune di Latina?

 

Non mi risulta vi siano persone indagate all’interno del Comune. Abbiamo un presidente della provincia sospeso, un dato di fatto.

 

Latina, secondo “ la Repubblica”, è la seconda città, dopo Bari, col più alto tasso di criminalità. E’ forse questo uno dei motivi che ha portato la decisione di svolgere la giornata del 21 Marzo qui in città?

 

Sì e no. Noi non facciamo questa scelta in base a statistiche. Facciamo delle scelte in base ad altri tipi di valutazione: la provincia di Latina è una provincia molto particolare, è una provincia  con una storia molto particolare poiché metà di essa non esisteva alla fine dell’ottocento, è nata negli anni 30, con una grossa componente di persone provenienti da fuori. Non ha una gran storia e questo è un presupposto culturale particolare, difficile da ritrovare in altre zone. La provincia di Latina ha ricchezze enormi, l’agricoltura è uno di questi (abbiamo dei terreni stupendi) il mare poi da Sabaudia in giù è fra i  più belli d’Italia. Latina è  stato il secondo polo farmaceutico  fino a qualche anno fa, tralasciando che ora sta scomparendo, era una provincia ricchissima.

Abbiamo tre zone diverse, s’inglobano diverse entità: i monti con un loro modo d’essere,  la classica pianura Pontina nata ex novo, una parte sud con la sua storia dai tempi dei Romani. Perché una provincia come questa non riesce ad esprimersi al massimo? Perché all’interno di queste capacità c’è stato un sopraggiungere di una mentalità, un controllo estremamente legato alla Mafia. La prima è stata la Mafia siciliana, s’insediò particolarmente ad Aprilia ma costruendo anche nella nostra città. Poi è arrivata la Camorra negli anni 70, c’erano guerre in corso fra bande nel napoletano e molti si sono spostati. Per ultima a livello organizzato è arrivata la ‘ndrangheta, presente, radicata e pericolosa. Se ti dovessi dire nell’ordine di pericolosità qui in provincia la ‘ndrangheta sarebbe al primo posto, seguita dalla Camorra e dalla Mafia siciliana. La Mafia siciliana si è dedicata più a cose grandi: gestire appalti, edilizia, sono usciti dal controllo spicciolo del territorio. La Camorra si occupa della gestione dei rifiuti, le agromafie a Fondi col mercato ortofrutticolo, si è radicata bene e ha strozzato alcune ricchezze della provincia. La ‘ndrangheta si è inserita all’interno con altre precise modalità: si nota molto di meno, ma l’anno scorso sono state individuate 35 ndrine calabresi nella provincia di Latina. La strage in Germania di Duisburg è un regolamento di conti fra famiglie calabresi, uno degli assassini è stato arrestato ad Aprilia.

Il contrasto fra la bellezza della provincia e la cultura mafiosa che tenta di distruggerla è stato il motivo per cui noi abbiamo scelto Latina come città, per cercare di spiegare queste cose e smuovere le sensibilità. Sia chiaro che sbaglia colui che crede che vogliamo fare solamente una manifestazione a Latina, con  la “fase dei cento passi” che precede il 21 marzo faremo iniziative con le varie associazioni del territorio per rendere le persone partecipi. Questa fase può lasciare il segno, piuttosto che la manifestazione in sé per sé.

Il nostro obiettivo è la Giustizia sociale, non è la legalità.  Legalità può voler dire tutto e niente. Ognuno intende la legalità a suo modo. Quando gli Ebrei venivano mandati in vagoni piombati nei campi di concentramento quella era legalità con le Leggi Raziali, non Giustizia Sociale. La Giustizia Sociale è un’altra cosa, per arrivarci bisogna tornare a definire cosa è legale e cosa no, bisogna ripristinare determinati valori.

 

La Giustizia sociale è la nostra sfera umana…

 

In un certo senso, sì. E’ il rispetto e il sentirsi responsabili verso gli altri; è ottenere l’uguaglianza sostanziale fra le persone.

 

Di cosa ti occupi in Libera?

 

Libera è un’associazione organizzata in modo piatto, non c’è un capo, un segretario, non ci sono strutture burocratiche. Il compito del coordinatore provinciale è di formarsi, spingere per la formazione nelle strutture del territorio. Consideriamo il tesserato come una persona, non come un iscritto, gestire le risorse umane , anche se è un termine che non mi piace molto, è troppo aziendalista.

Interfacciarsi con forze dell’ordine, istituzioni, raccogliere i dati che vengono dal territorio. Non è che viene escluso il problema di una donna maltrattata, a cui non vengono riconosciuti tutti i diritti. E’ un operato contro tutto ciò che possono minare la Giustizia Sociale.

 

Nella tua lotta personale alle Mafie, hai mai paura?

 

La risposta è no, ma questo non vuol dire che uno non possa aver paura. Dipende dalle esperienze personali. A me è capitato di essere pedinato, ma la cosa non mi ha fatto né caldo né freddo. A settembre mi è stata bruciata l’automobile. Sono cose che danno problemi.

In linea di massima l’unica risposta di fronte questi eventi è quella di essere ancora più impegnato e di stare in mezzo alla gente, perché l’unica forma di sicurezza che esiste è non rimanere soli, far parte di un gruppo che sai che ti sostiene. Siccome la criminalità organizzata preferisce mantenere l’anonimato nei limiti del possibile, colpendoti rischiano a livello di media. Non essere mai soli e impegnarsi sempre di più, questa è la mia risposta.

 

L’augurio con cui ci lasciamo, allora, è di non rimanere mai soli a combattere e proseguire nel proprio impegno. Grazie.

 

Latina, 8/01/2013

Alessandro Raponi

 3.

CONVERSAZIONI DI ANTIMAFIA

INTERVISTA ad Angela Iantosca

 

Angela Iantosca, del libro” Onora la madre” ha tenuto una conferenza nel nostro Liceo lo scorso 17 Gennaio, data a cui risale quest’intervista. Un’interessante conversazione che tocca tutti i punti nodali delle associazioni mafiose, in particolare della ‘Ndrangheta, dal punto di vista delle donne e di una donna con la volontà di comprendere a fondo i meccanismi che regolano questa complessa struttura.

 

Come nasce il libro “Onora la madre”? Da quali esigenze?

E’ il risultato di un percorso che è iniziato quando avevo 17 anni, facevo parte di un gruppo di amici particolarmente attivo con il quale abbiamo iniziato a partecipare alle marce della Pace, abbiamo creato la prima “Bottega del Mondo” qui a Latina. Successivamente, ho  coltivato questa passione sulla strada del giornalismo iniziando una collaborazione con “La Piazza”. Spostandomi di redazione in redazione, sono andata a vivere a Roma. Nel percorso della vita, per fortuna ho incontrato Don Aniello con il quale ho iniziato a frequentare Scampia e a toccare con mano la realtà di questo territorio tentando di analizzarla da diversi punti di vista come quello dei bambini e ,in particolare, quello delle donne. Inoltre, proprio in quel periodo, nel 2012, si iniziava a parlare del ruolo delle donne all’interno delle strutture mafiose a seguito delle dichiarazioni della collaboratrice di giustizia Giuseppina Pesce. Da quest’atto riconosciuto come profondamente rivoluzionario dalle donne della società civile calabrese in primis, è iniziata la mia ricerca che mi ha portato ad analizzare come il ruolo della donna sia cambiato sia all’esterno che all’interno della ‘Ndrangheta dagli inizi del ‘900 fino ai giorni nostri.

 

La ‘Ndrangheta è un’ associazione mafiosa più a stampo patriarcale o matriarcale?

 

La struttura è patriarcale, ma il maschilismo è un “comodo vestito” che fa apparire tutto come immutabile e immutato nel tempo. E’ questa una forma rassicurante rispetto agli stessi uomini che continuano ad essere ancorati ad un’ipotetica struttura patriarcale tradizionale, ma allo stesso tempo sono dipendenti dal pensiero e dalle decisioni delle donne. La donna prende decisioni, può minacciare di iniziare una collaborazione, istiga le faide, educa i figli, ma allo stesso tempo non le viene riconosciuto un ruolo e il rispetto che le è dovuto è funzionale a quello dovuto agli uomini della sua famiglia, quindi nel momento in cui l’uomo esce dal carcere la donna perde automaticamente l’autorevolezza che aveva acquisito durante il periodo di reclusione di questo. Come vedi è un mondo contraddittorio in cui la donna è padrona ma accetta di essere sottomessa. Quello che sta accadendo in questo periodo è stato definito da Angela Napoli il “ ‘68  di donne di ‘Ndrangheta”: abbiamo da una parte le donne che iniziano a collaborare con la giustizia, dall’ altra quelle che acquisiscono ruoli  sempre più importanti ( all’interno dell’ imprenditoria, della politica, del mondo della scuola). La salvezza di questo sistema mafioso è proprio la contraddizione , poiché quando credi di aver intuito una struttura, un sistema di pensiero e di averlo incasellato ti rendi conto che in realtà non è valido universalmente ma solo in un determinato contesto.

 

 

Credi che in qualche modo una vera cultura dell’emancipazione femminile, possa scardinare questi meccanismi e diventare un fattore decisivo nella lotta contro le mafie?

 

Certamente, credo che le donne debbano riappropriarsi del significato del senso profondo della loro condizione. Nel momento in cui si renderanno conto del potere enorme che hanno in mano ,perché sono loro che danno la vita, educano i figli e quindi sono determinanti nel cambiamento, quando troveranno il coraggio di parlare e si renderanno conto di quanto è vantaggioso stare dalla “parte giusta”  veramente riusciremo a rovesciare il sistema della ‘Ndrangheta. Allo stesso tempo, però, lo stato deve creare delle alternative valide a questo sistema mafioso.

Il problema è delle donne in generale, ed è secondo me anche la causa scatenante del femminicidio, è come se fossimo convinte di essere nate per essere madri e per sposarci. Dobbiamo lavorare sulla nostra autonomia, sulla nostra responsabilità di scelta, sulla nostra autostima, non dobbiamo creare terreno fertile alle violenze, di qualsiasi genere. Parallelamente è importante lavorare sui bambini, già dalle elementari, soprattutto qui a Latina dove la cultura mafiosa è talmente sottile che diventa difficile da individuare. I bambini possono diventare delle “bombe ad orologeria” in grado di disinnescare intere famiglie mafiose. Per questo è importante  avere professori che si occupino di progetti che hanno a che vedere con la legalità, inserire un’ora a settimana di educazione civica che diventi, davvero, educazione alla legalità.

 

 

Roberta, 17 anni, studentessa del liceo Piria di Rosarno scrive a proposito della legalità: “non so dare di essa una definizione, ma so che è tutto quello che non ti limita i valori, i sentimenti, le dimostrazioni d’affetto, la vita familiare. Ho conosciuto la legalità tramite le conseguenze dell’illegalità”.

 

Lei è la figlia di Rocco Molè, questa testimonianza nasce da un progetto scolastico e lei davanti a tutta la scuola ha letto queste sue parole. Roberta, capendo i limiti dell’illegalità, il padre infatti si trova in carcere, afferma di voler scegliere la legalità. Perché nell’illegalità non si può avere un rapporto normale con i genitori, non si può scegliere con chi stare, non si può amare. E’ una vita di dolore fatta di violenza, in cui la violenza diventa normale. In quest’ottica la sua testimonianza diventa fondamentale.

 

Perché lo Stato tende a chiudere gli occhi nei confronti della ‘Ndrangheta?

 

Ti rispondo con le parole del procuratore generale di Ancona Macrì: “ Se prima la politica faceva affari con la ‘Ndrangheta, ora è la ‘Ndrangheta che candida i propri politici”. Ormai c’è una commistione estrema. Pensiamo al comune-commisariato di Reggio Calabria, al periodo in cui è stato sindaco Scopelliti, con la morte della sua assistente in maniera mafiosa, a tutti i comuni sciolti per mafia.

 

In una situazione come quella che hai descritto, che induce più che mai ad allontanarsi da quei territori, qual è l’importanza di restare in Calabria? E di restare in Italia?

 

Ti racconto la storia di Debora Cartisano, di LIBERA, figlia di Lollò, l’ultimo uomo ad essere sequestrato a Bovalino, paese sulla ionica, nelle vicinanze di San Luca, che venne portato via per essersi rifiutato di pagare il pizzo. Nonostante le trattative avviate, il padre di Debora tarda a ritornare a casa, il paese è deserto. A quel punto,  Debora decide di scendere in piazza e ammette che la colpa è anche sua, che la colpa è dei cittadini di Bovalino . Perché se dal primo sopruso fossero scesi in piazza non sarebbero mai arrivati a una situazione del genere. Da quel momento, la  commissione antimafia si reca per la prima volta lì a Bovalino dopo decine e decine di sequestri. Questo significa che da parte nostra ci deve essere una partecipazione. Dopo dieci anni il corpo del padre di Debora viene ritrovato e lei ha deciso di rimanere lì, seguendo le parole del padre che le diceva: “Se noi ce ne andiamo, a terra se la prendono loro”. Per questo dobbiamo rimanere, perché noi siamo più forti di loro. Abbiamo il dovere di cambiare la terra.

 

Grazie, Angela.

 

17/01/2014                                                                                                         Beatrice Bianchi

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