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di Matteo Zarro

Per la seconda volta dalla sua fondazione nel 1945 a Parigi, l’FSM (Federazione Sindacale Mondiale) si riunirà in Italia per il suo XVIII Congresso dal sei all’otto Maggio a Roma con i rappresentanti dei più di 130 paesi e 120 milioni di lavoratori aderenti.

Nata all’indomani della sconfitta del nazifascismo in Europa dai sindacati di cinque continenti in rappresentanza di sessanta milioni di lavoratori, la neonata federazione basò la propria azione su pilastri ben saldi quali la difesa dei diritti della classe lavoratrice ma anche un radicale anti-capitalismo, anti-imperialismo e internazionalismo. Questo tipo di impostazione, che inevitabilmente finì per legarsi alle lotte di liberazione coloniale e lotte rivoluzionarie che attraversarono il ‘900, provocò nel contesto della guerra fredda delle spaccature e infine una divisione interna sollecitata dall’azione delle organizzazioni sindacali filo-governative statunitensi e britanniche. Sindacati importanti europei, come la CGT francese e la CGIL a guida di Di Vittorio in Italia partecipanti dalla fondazione della stessa, in un primo momento ratificarono nel 1949 i valori fondanti dell’FSM e riaffermarono la loro volontà internazionalista e rivoluzionaria. Fu con la scomparsa di Di Vittorio che la CGIL nel 1978, forte di una grande presenza comunista ma ancor di più socialista e in seguito alle rotture che subì il mondo comunista dagli anni ’70 fino alla caduta dell’Unione Sovietica, abbandonò l’FSM per abbracciare un carattere riformista e finendo per rifiutare l’idea internazionalista tagliando i ponti con i sindacati non europei.

La figura conflittuale lasciata vacante dalla CGIL a nuova direzione lasciò un vuoto che solo ultimamente è tornato ad essere colmato dall’USB (Unione Sindacale di Base), la quale ospiterà proprio il congresso. La volontà condivisa di ospitare il Congresso mondiale in Italia assume particolare rilevanza nel contesto storico e politico che sta affrontando il nostro paese e che non ha fatto altro che acuirsi con l’arrivo della pandemia.

Lo scorso e quest’anno sono stati particolarmente caldi in ambito sindacale e studentesco. La strage continua sui luoghi di lavoro e l’insofferenza per un sistema incapace di garantire misure minime di sicurezza, unita alla morta degli studenti Lorenzo Parelli e Giuseppe Lenoci durante l’Alternanza Scuola Lavoro, è scoppiata in aperta contestazione nelle fabbriche e nelle scuole provocando un’unione tra lotte operaie e studentesche che per molto tempo hanno ignorato l’un l’altro. Rappresentazione di questa ritrovata unione è stato lo sciopero operaio-studentesco nazionale del 22 Aprile che ha portato in piazza a Roma 5000 tra operai e studenti.

All’alba di un presente sempre più violento, incapace di mantenere livelli minimi di sicurezza sul lavoro, di un costo di vita dignitoso e una crisi organica delle democrazie occidentali, come anche delle politiche da sempre ritenute fondanti di questo modello politico e sociale, unito al ritorno di una contestazione radicale e non concertativa a livello sindacale e di massa anche in Italia, ma più generalmente in Europa, non possiamo far altro che riflettere su quello che sarà il futuro che si prospetta di fronte a noi.

Inevitabilmente il messaggio che portano con se i nostri tempi è quello di non poter più rimanere a guardare una storia che si svolge mentre noi rimaniamo personaggi passivi. Nei momenti di crisi nella storia è sempre stato l’agire collettivo a condizionare gli eventi: se non vogliamo finire schiacciati da decisioni che non ci appartengono, è tempo di non essere indifferenti, è tempo di essere cittadini e partigiani. 

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