SARA’ QUESTO UN ETERNO RITORNO?

di Marco Montali

Con la penna tra le mani, vorrei il tempo si fermasse. Gli arti un po’ tremano al pensiero che “domani” questi banchi non saranno il mio presente.

Pur essendo per me l’ultimo dei cinque anni vissuti all’interno di queste mura di cui ormai riconosco ogni segno, questo è stato il mio primo anno all’interno della redazione de “Il Classico Giornale”.
Ormai da tempo progettavo di prendere parte a questa esperienza, eppure ogni stagione, tra il carico degli studi, passioni sportive e politiche, orari stringenti tra un pullman e l’altro, mi presentava già solo in partenza un sacrificio di energie da non trascurare, costringendomi a rinunciare a ciò che solo quest’anno ha incredibilmente arricchito il mio corso scolastico.
Una ricchezza che Il Classico Giornale trasmette attraverso ognuno dei suoi componenti. Nessuno escluso.

Come fosse la Nostra redazione una squadra di calcio, tra i pali e con la fascia di capitano stretta al braccio si schiera da ormai molti anni la professoressa Rossi: porta avanti il suo team con amore e dedizione, accoglie ogni “new entry” con un ineguagliabile spirito di coinvolgimento, difende la sua comunità con fierezza.
A testimonianza della qualità del lavoro di gruppo, ad inizio stagione la squadra si è rinforzata con l’importante “acquisto” della giornalista Angela Iantosca, nostra playmaker, che ha portato con sé impegno, umanità, esperienza, professionalità, dispensandone a tutti.
Il resto del team si compone con gli studenti. Noi, anima di questa scuola.

L’esperienza vissuta al fianco di Angela e dei miei compagni a Borgo Hermada, tra il sociologo Marco Omizzolo, il rappresentante della comunità indiana nel Lazio Gurmukh Singh e i “fantasmi del caporalato” ci insegna il valore dell’indagine, ma poi ci insegna ancora soprattutto a non chiudere gli occhi di fronte alle ingiustizie, ad alzare la voce per sconfiggere l’indifferenza, a sostenere la lotta per le giuste cause e un domani migliore.

E mentre tra poco porrò un punto a questo articolo, Nietzsche nutre le mie speranze.

«Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione».

Se fosse vero, paradossalmente proverei sollievo.

Perché, in fondo, questo piccolo grande gruppo de “Il Classico Giornale” rappresenta il frutto di ciò che un Liceo Classico deve fare: fecondare la conoscenza degli studenti, indurli a credere nell’importanza dell’esperienza diretta, stimolarne la curiosità, quella cara curiositas che ancora oggi si rende motore trainante della crescita e dello sviluppo della società umana.
E mai dimenticare di educare, prima ancora di formare, l’uomo o la donna del futuro, così come ci insegna Galimberti: è questo un arduo e imprescindibile compito che spetta all’istituzione scolastica nell’epoca del diffuso nichilismo e delle “passioni tristi”.

La lista dei “grazie” sarebbe infinitamente lunga. Parte da tutti coloro che una volta erano compagni di scuola, e ora sono amici; passa per ogni professore, maestro di vita; si conclude con chiunque mi abbia regalato un ricordo o un precetto che conserverò.

E mentre ora, inevitabilmente, il mio sguardo si volge al futuro, pongo fine a questo articolo.

«Lasciata la terra che era terra di protezione, non si lascia prendere dalla nostalgia, ma incoraggia il suo cuore». Ciò leggo in Così parlò Zarathustra, mentre spero di conservare più di un pizzico del coraggio demolitore del filosofo tedesco.
Non sarà un addio, ma soltanto un arrivederci.

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