L’ECO-MOSTRO DI BORGO MONTELLO Intervista a Claudio Gatto

di  Alice Liistro, Demetra Cuomo e Pietro Iaione

 

La discarica di Borgo Montello a Latina è attiva dal 1971, ma è saltata agli occhi di tutti nel 1995 con l’assassinio del parroco don Cesare Boschin, conosciuto da tutti come grande sostenitore della lotta contro la mafia.

Da allora si sono susseguiti eventi che hanno reso evidente la presenza malavitosa nell’Agro Pontino.

Recentemente si è discusso a lungo riguardo il destino di questa discarica, l’Assessore all’Ambiente Roberto Lessio spiega che la discarica per ora è chiusa ma i rifiuti non verranno smaltiti prima del 2024.

Ma qual è la verità che si nasconde dietro questo eco-mostro? Difficile dirlo, la discarica è stata sempre al centro di vari scandali, infatti oltre all’influenza mafiosa, ormai ben nota a tutti, è anche stata causa di scontri politici.

Comunque è giusto precisare che molto probabilmente tra i numerosi rifiuti gettati nella discarica vi siano anche rifiuti altamente tossici.

Per approfondire meglio questo argomento abbiamo incontrato Claudio Gatto, abitante del Borgo e attivista in questo campo, che ha risposto alle nostre domande.

L’intervista è stata aperta da Alice Liistro.

Cosa ne pensa del fatto che, nonostante la discarica sia chiusa, i rifiuti non verranno smaltiti fino al 2024?

“La discarica non viene riaperta al riutilizzo, cioè non sarà permesso di abbancare ulteriori rifiuti, è stato formulato così. Quindi il cadavere rimane, continua la sua opera di putrescenza, di inquinamento sia ambientale che dell’aria e dell’acqua, perché è sempre un cadavere. Però diciamo che dopo quarant’anni per lo meno si è arrivati, attraverso l’operato di un giudice molto importante che è la Dottoressa Spinelli, al blocco dell’utilizzo della discarica, perché si è verificato che ci sono state delle inadempienze importanti. L’assessore Lessio ha preso atto della situazione e si impegna a mantenere la chiusura, cioè il non utilizzo attivo della discarica, ma la custodia, la quale prevede un mantello di protezione che è stato steso sopra i rifiuti, che consiste in un telo e del terriccio, e la captazione del gas di putrefazione che si sviluppa nelle viscere della discarica. Questo lavoro deve permanere e per finanziarlo sono stati accantonati dei fondi, versati negli anni in cui la discarica veniva utilizzata, prelevando una quota per ogni tonnellata di rifiuti smaltiti. Questo è lo stato dell’opera”.

Quanto è grande la discarica?

“Il terreno a disposizione è di un centinaio di ettari scavati e coperti, quindi di un’altezza minima di 45/50 metri, la discarica occupa circa settanta ettari, credo di non averne viste di più grandi”.

Si sa cosa è stato buttato all’interno? Qualcuno ha mai fatto analisi o sono unicamente sospetti?

“No, non sono sospetti, sono certezze. Io ho visto, non tutto ma quanto basta, cioè io ho visto scaricare i fusti, il materiale ospedaliero e quello chimico, di alcune cose ho visto anche la provenienza. Si può dare per scontato che in quel sito ci sia materiale illecito e che non dovrebbe essere lì…”.

E nessuno ha mai fatto controlli scientifici?

“Ho presentato un paio di denunce in seguito alle quali sono stati avviati degli scavi. Già dopo le prime due palate venne su il primo fusto, alcune persone che erano lì si sentirono male e qualcuno di questi è morto di tumore. Comunque, poi è stato tutto chiuso e anche se c’è un verbale dell’ispezione non ne è mai conseguito niente”.

Sa se per caso vengono fatte analisi intorno ai terreni vicino la discarica, cioè dove coltivano o allevano animali?

“Diciamo che i prodotti che sono fatti in quei territori vengono anche venduti e nessuno si interessa a fare analisi”.

Ma Carmine Schiavone, collaboratore di giustizia, nella sua intervista dichiarò che nei fusti c’erano scarti chimici provenienti da tutta Europa: possibile che nonostante ciò non siano state fatte analisi?

“A mio parere non c’è bisogno di fare analisi, basterebbe andare nelle varie aziende che hanno usufruito della discarica e chiedere cosa hanno buttato e loro ti darebbero un registro dove vi è scritto tutto, oppure si potrebbe prelevare l’acqua nelle falde intorno alla discarica e analizzare quella, facendo un’analisi mirata, attraverso il monitoraggio degli elementi presenti nell’ acqua come l’arsenico e quindi vedere ciò che c’è nelle falde acquifere; ciò basterebbe a tranquillizzare coloro che abitano lì intorno e che producono lì. Comunque l’acqua potrebbe essere anche filtrata e ripulita, cioè oggi abbiamo anche il sistema di difenderci da questo inquinamento”.

Invece riguardo ai camion che trasportavano i fusti, quanti sono stati quelli che, avendoli visti, li hanno poi denunciati?

“Beh, Carmine Schiavone ha fornito l’elenco di trenta ditte che trasportavano i fusti, alcuni del Borgo hanno lavorato come autisti di questi camion, quindi non è che la cosa non si sapesse, ma non si è detto nulla”.

Cosa significa vivere vicino ad una discarica? Nessuno può dircelo meglio di lei che abita lì da prima della fondazione della discarica.

“Io ho assistito alla nascita della discarica, c’era già una discarica a Borgo Montello o meglio a Borgo Le Ferriere (che poi sono due borghi confinanti) la discarica si trovava dall’altra parte del fiume Astura per intenderci era una vecchia cava in cui venivano smaltiti i rifiuti urbani, che a quel tempo erano poca cosa, la gente aveva ben poco da smaltire e quindi una discarica a quel tempo era veramente una risorsa, perché ci allevavano i maiali sopra, quindi immaginate un grande vascone costituito da questa cava di tufo esaurita in cui uno o due camion di latina portavano i rifiuti, sversavano e sotto c’erano maiali che si nutrivano e poi venivano utilizzati (mandati al macello). Quindi praticamente, per la cultura dell’epoca era di impatto zero. Successivamente il tipo di utilizzo dei rifiuti urbani è stato vietato per il pericolo di infezioni dei suini, perché non si poteva sapere cosa venisse smaltito nelle discariche, quindi non solo i rifiuti urbani, ma si potevano riversare rifiuti industriali, ospedalieri soprattutto, per cui il pericolo effettivo c’era e quindi si è deciso di abbandonare quel sito, crearne un altro dall’altra parte del fiume Astura in una maniera un po’ più protetta, che significava recintare quattro o cinque ettari di terreno e con alle spalle il fiume e sversare i rifiuti tal quale sul terreno, poi la pioggia, il vento e gli animali facevano quello che dovevano fare e successivamente la pressione delle industrie della zona. In quel periodo erano nate (con la Cassa del Mezzogiorno) le industrie chimiche e farmaceutiche, che da una parte hanno portato un incremento del lavoro, dall’altra parte una produzione enorme e non controllata di rifiuti industriali; nessuno al tempo si chiedeva cosa fare dei rifiuti e di quello che rimane della lavorazione chimica, della produzione dei medicinali, perciò questi rifiuti venivano assimilati a quelli urbani e venivano smaltiti insieme. Quindi, in un secondo tempo, si è pensato di fare due discariche: da una parte quella degli urbani e da un’altra parte una discarica un po’ più protetta in cui si sversavano i rifiuti industriali. Sennonché la gestione di questi rifiuti industriali è andata fuori controllo fin da subito: non si sapeva chi veniva a scaricare, che cosa scaricava e quale fosse l’impatto sull’ ambiente e un gruppo di cittadini (tra i quali il sottoscritto) hanno cominciato a occuparsi dei pericoli, perché molti nostri amici, colleghi e famigliari lavoravano in queste industrie chimiche locali e pertanto eravamo a conoscenza di quello che si produceva. Inoltre, oltre a queste aziende, scaricavano anche altre aziende che venivano dalla Toscana quindi industrie conciarie (che voi si sapete usano il cianuro per conciare le pelli) e poi la zona di Vicenza e poi dalla Germania e dalla Grecia e a questo punto il pericolo era evidente. Abbiamo costituito un comitato che si interessava di questi problemi, abbiamo denunciato ai vari livelli, sia a quello politico che anche alla magistratura, però per una serie di anni non c’è stato nessun intervento, cioè l’attività è proseguita allo stesso modo, diciamo fuori da ogni regola, diciamo almeno fino al 2002/2003, quindi partite dal 1970, quindi per 30/35 anni. Dopo questo periodo solo dopo l’uccisione di Don Cesare Boschin c’è stato un aumento dell’attenzione sul sito, perché si è reso evidente che attorno alla gestione dei rifiuti si era sviluppato l’interesse della malavita organizzata, quindi facciamo riferimento alla camorra, ma anche alla ‘ndrangheta”.

Pensa che l’assassinio di Don Cesare Boschin sia legato alla malavita?

“Io credo che l’omicidio sia legato ai traffici criminali di rifiuti…”.

Quanto è cambiata la vita dei cittadini, soprattutto degli abitanti delle zone limitrofe, dall’ apertura della discarica?

“Ecco, me lo sono posto anche io tante volte questo problema, cioè la mia vita senza la discarica sarebbe stata completamente diversa. Il fatto che ti si colloca vicino una realtà del genere ti impegna o impegna la tua vita ad occuparti di cose di cui potresti fare a meno, potevo studiare, potevo scrivere, io ho insegnato per un periodo di tempo, potevo dedicarmi ai viaggi, invece ho dovuto, per quanto possibile, occuparmi del territorio, occuparmi delle normative e occuparmi di politica o comunque occuparmi di cose che, passati tutti questi anni, non  rimpiango di aver fatto. Certamente la mia vita è stata condizionata, cioè è stata bloccata su questo problema e forse ho tolto parte del mio tempo ai miei figli che, per lo meno, sono cresciuti tutti con una formazione ambientale, però una realtà di questo genere limita le prospettive di vita; diciamo che per me è stato così, i miei figli hanno fatto la scelta di andarsene tutti, non ne è rimasto nessuno a Borgo Montello”.

Comunque oltre che la sua vita, anche quella delle altre persone è stata influenzata dalla presenza della discarica, e noi ci siamo anche chiesti se, visto che la discarica è così inquinante, ci sia un registro tumori che poi abbiamo trovato ma che è stato difficile da analizzare, perciò le chiediamo direttamente se la discarica ha portato anche un problema riguardante la salute.

“Potevate fare un’indagine molto più semplice ed interessante: andare al cimitero di Borgo Montello e dare un’occhiata, oppure andavate dal parroco che ha il registro dei morti ed in molti casi ha anche registrato la causa della morte, oppure il parroco vi può indicare chi è morto e come, perché conosce il territorio e le persone. Comunque, secondo una statistica, i morti sono o di tumore o di incidente stradale, quindi ci possiamo consolare pensando che la discarica influisce ma anche le strade ammazzano la gente”.

Lei ha qualche caso in famiglia?

“No, anche perché io non vivo proprio sulla discarica ma sono ad una distanza di due chilometri; comunque ho cercato di vigilare sulla mia famiglia e di far passare loro più tempo possibile lontano dalla discarica. Molte persone, non conoscendo il pericolo, non lo hanno nemmeno evitato e noi per lo meno in famiglia abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo e questo ha aiutato”.

Il suo comitato come lavora, cioè come si muove su questo ambiente?

“Vuoi dire come lavorava, perché ormai si è fermato. Beh la prima cosa è documentarsi, cioè studiare quello che succede sul territorio e studiare le normative a livello nazionale ed europeo, che è una cosa fondamentale. Quindi, dopo essersi informati, fare un’azione politica di sensibilizzazione del territorio, quindi coinvolgere le persone (infatti sono state fatte numerose manifestazioni sia sulla zona di Borgo Montello che qui a Latina) e poi fare delle denunce circostanziate alla magistratura, che a noi sono costate davvero care, sia finanziariamente che personalmente; primo perché una denuncia va ben seguita e quindi vanno coinvolti avvocati. Noi abbiamo fatto cause a volte anche vincendole: una delle cause più importanti l’abbiamo fatta proprio per una vasca di rifiuti industriali e speciali che era stata costruita al di fuori delle norme, quindi noi abbiamo dovuto studiare delle leggi, il progetto e scoprire che era stata in maniera difforme, dopodiché iniziare una causa civile e penale per un lungo periodo di tempo, fino alla ragion di stato. Abbiamo vinto tutti i gradi, compresa la ragion di stato, che però ha sospeso la sentenza per opportunità politica, quindi abbiamo usato tutto questo tempo basilarmente per niente e abbiamo speso ai tempi 25.000.000 di lire e questo è solo l’aspetto finanziario e poi c’era tutto l’aspetto personale, cioè quello delle ritorsioni, delle minacce e delle pressioni sia da parte di personaggi politici, che di personaggi della malavita”.

Cosa spera per il futuro?

“Dal punto di vista ambientale spero che il recupero avvenga presto perché è nell’interesse di tutti ed è anche un fatto economico d’ altronde e ci sarà chi porrà mano a tutto questo. Da un altro punto di vista sono contento perché la criminalità organizzata che aveva un controllo ferreo sul territorio non ce l’ha più, cioè non ha più un controllo assoluto, quindi un miglioramento c’è. Per quanto riguarda l’assassinio di don Cesare, che non sarebbe solo l’unico morto secondo me, spero che almeno venga riconosciuto come martire di mafia”.

Eppure per Gatto che ha vissuto il dopo guerra in queste terre la speranza di una rinascita c’è.

“Io sono nato immediatamente dopo la guerra, il territorio era ancora pieno di bombe, la maggior parte dei miei compagni di scuola è morto sulle mine; dopo tutto questo disastro il territorio è rinato, è un ambiente meraviglioso per viverci! Quindi una discarica non è la fine del mondo, si può risorgere anche da quella e immagino che voi avrete scienza e fantasia per recuperare anche quello, come noi nel dopo guerra abbiamo fatto. Certo ci vorrà un po’ di impegno, ma sono sicuro che ce la farete”.

Ma noi abbiamo ancora un’altra domanda: se la discarica è chiusa, dove vanno i nostri rifiuti?

 

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