“Processo per stupro” RICORDIAMOCI DI RICORDARE

di Sara Alicandro

 

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(Renato Chiocca, regista dello spettacolo, con gli attori e alcune portavoci dell’ Associazione Lilith di Latina)

 

 

Credo fermamente che niente nella vita capiti per caso: tutto, anche quando accade all’improvviso ed è inaspettato, è destinato a lasciare un segno nella nostra coscienza.

Qui a Latina è terminata da pochi giorni la manifestazione culturale “Lievito”, una rassegna di eventi tra proiezioni di film, spettacoli teatrali, incontri formativi e molto altro ancora in grado di coinvolgere l’intera città per più di una settimana.

Tra gli appuntamenti in programma lo spettacolo diretto da Renato Chiocca (che da sempre svolge un ruolo importante all’interno della manifestazione che quest’anno ha spento la settima candelina). Titolo dello spettacolo “Processo per stupro”, già andato in scena al Teatro Eliseo di Roma qualche tempo fa.

Sono venuta a sapere dello spettacolo il pomeriggio del 24, durante uno degli incontri settimanali con la Redazione di “Ancora il Classico Giornale”: ero completamente ignara di quello che sarebbe stato rappresentato, ma sentivo che dovevo andare.

Quando sono arrivata al teatro D’Annunzio e ho preso posto, ho fatto quello che faccio sempre prima di ogni spettacolo teatrale: niente. Ho resettato la mente per prepararmi a ricevere la messa in scena in tutta la sua essenza. Niente aspettative. Niente pregiudizi. E forse anche grazie a questo, a fine spettacolo mi sono sentita piacevolmente scossa.

Non avevo mai assistito ad uno spettacolo di Chiocca, e quindi non avevo neanche idea di come lavorasse. A inizio serata è stato lui a fare una premessa perché lo spettacolo fosse compreso al meglio: lì ho capito che si trattava di una ripresa di un documentario di 40 anni fa, dall’omonimo titolo, in cui si trattava del primo processo per stupro che fu celebrato proprio qui a Latina. E proprio le immagini del documentario all’inizio, alla fine e durante lo spettacolo hanno ‘tenuto il tempo’ della narrazione, facendoci ripiombare in quelle atmosfere.

Questo il fatto: tre uomini decisamente adulti stuprarono una ragazzina minorenne, la quale trovò il coraggio di denunciarli, rendendo così possibile l’apertura del processo.

Eppure, nonostante la veridicità dei fatti narrati, i dialoghi mi sono apparsi surreali per la loro crudezza e a momenti per il ribaltamento della realtà. Nella scelta stilistica di Chiocca il giudice (Tullio Sorrentino) lascia che siano i tre imputati (Francesco Lande) ad ‘aprire le danze’, affiancati dal loro avvocato difensore (Enzo Provenzano). Le parole da loro pronunciate sono terribili quanto disarmanti, espressione schietta di quel male che proviene dall’ignoranza. Non solo: le parola della ragazza (Simona Muzzi), la vittima che a tratti sembra trasformarsi in imputata, vengono continuamente interrotte dalle imprecazioni inutili dei veri colpevoli. A confermare la natura di entrambe le parti ci sono gli avvocati, che sono i protagonisti della parte più toccante dello spettacolo. Il primo monologo è quello dell’avvocatessa (Clara Galante) a difesa della ragazza, interpretato con una fierezza e una durezza sorprendente, ma anche in modo decisamente consapevole; è un monologo che osa tanto, perché mostra a carte scoperte un problema che perfino oggi viene ignorato o quantomeno sottovalutato: il mancato rispetto dei diritti di una donna, libera in quanto tale, quando invece viene considerata un oggetto, se non merce. “Non l’ho pagata perché non mi ha soddisfatto”, questa una delle frasi che si odono diverse volte uscire dalla bocca dei tre. Eppure è tutto vero. Com’è vero il secondo monologo, quello dell’avvocato degli stupratori, in cui ci viene solo confermata l’ignoranza già constatata con questi ultimi: un quarto d’ora di monologo che indugia, tra risate e sorrisi ammiccanti, nella descrizione delle donne come creature volubili e poco affidabili, alternando il tutto con una cordialità affettata e falsa.

Gli imputati vengono infine dichiarati colpevoli e il processo va a buon fine, lasciando anche noi spettatori con una consapevolezza in più.

Lo spettacolo si conclude con le ultime immagini del vero processo ed è semplicemente questo; proprio qui sta la sua forza. E’ talmente sincero e diretto che non può non colpire. Tutto ciò che si dice ci arriva senza schermi che attutiscano il messaggio, gli avvocati distruggono a picconate la quarta parete e fanno pesare come macigni anche i più flebili sussurri. La scenografia è essenziale, ci riconosciamo nei costumi perché sono parte della nostra realtà. Eppure, se non dimenticherò mai quello che ho visto quella sera, non è solamente perché lo spettacolo è arrivato all’ improvviso e mi ha ‘chiamato’ con forza, ma perché da quel momento i miei occhi sono impregnati di storia, e “la storia non si ferma davvero davanti a un portone, la storia entra dentro le stanze e le brucia, la storia dà torto o dà ragione, la storia siamo noi” (Francesco De Gregori, La storia).

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