L’ATTRAZIONE “IDEALE” TRA DUE CARICHE OPPOSTE

         Aldo Moro e Peppino Impastato a 40 anni dalla loro scomparsa

 

di Filippo Vaccaro

 

Il 9 maggio, come ogni 9 maggio dal 1978, c’è la particolare ricorrenza di due anniversari: il ritrovamento e la morte dell’onorevole Aldo Moro, a Roma in via Caetani, e di Peppino Impastato, a Cinisi sui binari della stazione.

La scomparsa del secondo passò quasi del tutto inosservata proprio perché simultanea a quella del primo. Aldo Moro era uno dei maggiori esponenti della Democrazia Cristiana (anche se, in quel momento, molto meno di quanto ritenesse) ed era stato tenuto in ostaggio 55 giorni dalla frangia extraparlamentare delle Brigate Rosse. Giuseppe Impastato era un’attivista e un giornalista di Cinisi, comune in provincia di Palermo, morto nel silenzio (colpevole) di uno Stato concentrato nel compianto generale per la perdita di uno dei suoi maggiori esponenti. A quarant’anni di distanza dai due eventi, che in egual misura macchiano le pagine della nostra storia, scorgo – non certo senza un pizzico di fantasia – dei legami ideali tra le due morti.

Provando a chiudere gli occhi per qualche minuto e facendo scorrere dei concetti-immagine nella mente, posso trovare delle affinità: Stato, Democrazia Cristiana, compromesso storico, comunisti, anni di piombo, Brigate Rosse, fanatismo, mafia, silenzio, terrore, morte. Potrei dilettarmi (in senso lato) nel trovare le innumerevoli combinazioni che queste parole, avvicinate tra di loro a coppie, potrebbero produrre. Tento dunque con alcune: Stato e mafia, Democrazia Cristiana e comunisti, fanatismo e terrore, silenzio e morte. Esse producono dei legami significativi. Alcuni termini descrivono – sebbene in estrema sintesi e in maniera generale – quel che ruotava intorno a Moro; viceversa, altri termini descrivono quel che ruotava attorno a Impastato. Pertanto lo stesso effetto è provocato dall’accostamento dei due, non perché l’uno rappresenti l’antitesi dell’altro, o al contrario ne sia strettamente legato, quanto perché entrambi sembrano simili in alcuni loro aspetti, oltre che al contempo diametralmente opposti.

“Aldo Moro è stato ucciso dalle Brigate Rosse”, “Peppino Impastato è stato ucciso da Cosa Nostra”. Queste due affermazioni, entrambe veritiere, omettono un complice comune sia delle BR, sia dei mafiosi di Cosa Nostra; ed ecco che le parole prima elencate secondo un climax discendente mi tornano in aiuto e una si fa avanti prepotentemente: il silenzio. Il silenzio della Democrazia Cristiana, per esempio: di Cossiga, di Zaccagnini, di Andreotti, per citare alcuni nomi (e che nomi). Il silenzio delle istituzioni, dell’opinione pubblica e dei concittadini di Impastato. Il silenzio di una parte del Paese alle richieste pietose della famiglia del veterano democristiano, lo stesso silenzio che accompagna le riflessioni di Giuseppe Impastato nei suoi interventi su Radio-Aut, una radio d’informazione pura (o controinformazione, come recitava la scritta originale) e senza filtri che, quindi, per queste caratteristiche espresse, era scomoda e da far tacere. Da far stare in silenzio, dunque.

Gli avvenimenti del 9 maggio ’78 segnano un importante spartiacque nel pensiero comune del tempo e oltre a presentare una serie di contraddizioni, rivelano, in seno alle contraddizioni stesse, delle certezze inequivocabili. Moro sosteneva le posizioni umanitarie di Cesare Beccaria in opposizione all’utilizzo della pena di morte, con un’attualità impressionante e al passo con i tempi, tuttavia il segretario della DC comprendeva di essere stato sottoposto egli stesso ad un processo pubblico e a una pena capitale. Peppino Impastato si batteva con forza per contrastare il fenomeno mafioso, nel quale era coinvolta anche la sua famiglia, scegliendo di essere un uomo libero piuttosto che assumere un ruolo di comodità e di protezione. La stessa ragione per cui Impastato lottava quotidianamente diventò, però, la sua condanna. Entrambi dunque venivano giustiziati mediante la punizione da loro più odiata, l’uno dalla mafia, l’altro dall’estremismo, pertanto prima di tutto venivano colpiti nel profondo delle loro idee.

L’anniversario della loro morte potrebbe offrire una minima possibilità di riscatto da parte nostra. I notiziari come sempre si occuperanno della scomparsa dell’onorevole Moro ponendo in secondo piano (forse) la morte di Peppino Impastato.

Con queste poche righe si intende piuttosto condannare egualmente la violenza, la forza che diventa prepotenza, l’estremismo, la mafia, la criminalità. Immaginare sullo stesso piano Aldo Moro e Giuseppe Impastato non solo è doveroso, ma è soprattutto utile alla comprensione. Si pensi che Impastato – dal punto di vista puramente caratteriale – aveva una forza d’animo di gran lunga superiore rispetto al democristiano, viceversa Moro possedeva un temperamento, una serenità intellettuale, un equilibrio che sarebbe stato il giusto completamento caratteriale dell’attivista siciliano; qualità che forse lo avrebbero reso indistruttibile.  Questo “affaire” (non un caso, un affaire) ideale viene giudicato da una giuria anch’essa ideale. Fossimo noi i giurati, dovremmo dichiararci – per entrambi i capi d’accusa – colpevoli all’unanimità, per aver lasciato sole entrambe le vittime, salendo dunque noi per primi sul banco degli imputati.

 

Quarant’anni dopo il ricordo è vivo e genera l’impegno, “la mafia uccide, il silenzio pure”.

 

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