OGNUNO FINISCE COME PUO’

di Rebecca Caggiari

Il nuovo libro della scrittrice di Latina Rossana Carturan, da poco stato pubblicato, si preannuncia essere già un enorme successo.

È una raccolta di testi in cui vengono narrati in modo ironico, secondo l’immaginazione dell’autrice, gli ultimi momenti di vita, descrivendo i pensieri e le azioni, di alcuni grandi autori attraverso le informazioni giuntesi dalla loro esistenza letteraria. Tra gli autori presenti nel libro troviamo:  Gadda, Miller, de Beauvoir, Camus, Pasolini, Pavese, Woolf, Hemingway e tanti altri. La scrittrice, potendosi basare sulla diversità delle morti degli autori, che variano da quelle naturali agli incidenti automobilistici e domestici fin anche al suicidio di Pavese e all’omicidio di Pasolini, ha potuto rendere il libro accattivante e per nulla monotono, mescolando elementi sarcastici, spesso ricorrenti nel corso della vita umana,  con elementi tragici coerenti all’argomento trattato.

L’idea del libro nasce sotto richiesta di un caro amico dell’autrice, Maurizio Tartaglione (attore e fondatore della compagnia teatrale “AnimediCarta” ) che avendo letto il primo dei testi scritti per la raccolta, quello su Cesare Pavese, aveva espresso a Rossana la sua volontà di portarlo sul palco affiancato da altri testi simili. Sfortunatamente egli venne a mancare prima che Rossana potesse finire la raccolta e con lui morì il progetto di far diventare il tutto uno spettacolo teatrale ma il tragico evento spinse l’autrice a finire il lavoro iniziato, in memoria e come omaggio al vecchio amico.

BREVE ESTRATTO DEL TESTO SU PAVESE:

“[…]Non voleva incontrare lo sguardo di nessuno, voleva che nessuno lo riconoscesse. Troppa curiosità, troppe domande lo avrebbero reso ancora più inquieto. Era lì per trovare il suo silenzio, se mai ne avesse posseduto uno. Vagabondavano i pensieri come lucertole in cerca di sole, punture esili di guarigione in un animo troppo malato per essere soccorso. Ma non faceva nulla, ora era lì e poteva corrompersi, farsi guidare dalle privazioni e dalle incertezze con la consapevolezza di essere l’unico da cui farsi perdonare. Salì le scale che lo conducevano in camera, e a ogni gradino componeva un verso rimato, musicando parole tra i ricami in oro della moquette lisa che scivolava sotto i suoi piedi. «Albergo Roma», gli sfuggì mentre saliva seguito dall’inserviente. «Sì, Maestro! Il migliore, qui!». «Il migliore? E chi lo stabilisce?», nel dirlo si fermò a metà della prima rampa di scale e fissò il ragazzo da dietro gli occhiali scuri. «Beh, presumo i clienti…», ribatté alquanto imbarazzato il giovane a quella domanda inaspettata. «Presumi? La vita se fosse basata sul presumere, su opzioni dubitative, sarebbe un disastro. Vieni, guarda da questa finestra…», Cesare accompagnò il ragazzo al finestrone che dalle scale dava sul giardino interno dell’albergo, «vedi quella signora seduta sulla panchina? Bene, quella signora è Stupore, è Bellezza, è Donna. Non è da presumere, è solo questo! Ti dirai: ma è solo una sua opinione! No, non lo è. Non deve mai esserlo. Ci sono verità che non dobbiamo confondere, che non possiamo permetterci di confutare. Sono nostre, è così, e resteranno per sempre assolute. Sono le crepe che si insinuano in queste certezze che ci impongono una precarietà poi difficile da estirpare. È il discutibile che non ti rende genuino e proprio per questo perdi vita! Non coltivare il dubbio, ti uccide per delega!».[…]”

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