LE IENE

di Demetra Cuomo

 

Era il 21 gennaio 1992 quando il ventenne Quentin Tarantino esordì al Sundance Film Festival con Reservoir Dogs, film gangsteristico girato in cinque settimane con un budget inferiore a un milione di dollari. Riscosse un grande successo, soprattutto negli anni successivi, insieme al nome del suo autore eclettico ed innovativo. Divenuto cult del genere e ritenuta la pellicola più noir di Tarantino, Reservoir Dogs colpisce lo spettatore, apparendo molto di più di un elegante “gioco” cinefilo o dell’espressione delle “prove generali” che il regista avrebbe fatto in vista del suo film più popolare, il successivo Pulp Fiction.

In Italia venne proiettato la prima volta nel 1993, col nome Cani da rapina e successivamente Le Iene, con iniziale insuccesso, finendo poi per influenzare maggior parte della cinematografia degli anni ’90. Inoltre Tarantino allunga la lista eccellente dei registi americani di origine italiana con un film sotto il segno della morte e della violenza. L’autore non racconta la violenza in modo morboso, ma presenta la realtà della vita criminale per come è realmente, senza un vero e proprio lieto fine.

Nel racconto filmico,  di sei partecipanti alla rapina fallita di una gioielleria a Los Angeles, che non si conoscono nemmeno tra loro e sono stati ribattezzati con nomi di colori, due sono morti, Mr. Blue e Mr. Brown, e un terzo, Mr. Orange, è ferito. I quattro superstiti si ritrovano in un deposito: uno di loro è una talpa. Il deposito è il teatro principale dell’azione, frantumata in sconnessioni temporali che forniscono notizie su quel che è successo prima e dopo la rapina, trasformatasi in una trappola della polizia.

Gli interpreti principali sono Tim Roth, Eddie Bunker, Chris Penn, Harvey Keitel, Kirk Blatz, Lawrence Tierney, Michael Madsen e lo stesso Quentin Tarantino nel primo dei suoi soliti camei.

Venne subito additato dalla critica come un film rivoluzionario. Il pubblico non vedeva però di buon occhio le grandi scene di violenza che sono presenti nel film, anzi insisteva nel dire che il film di Tarantino trattava di violenza gratuita ed eccessiva; il parere del pubblico venne poi riassunto nella critica di Jami Bernard (“Non penso che il pubblico fosse pronto. Non sapevano cosa fare con Le Iene. Fu come il primo film muto, quando la gente vide il treno che arrivava verso la telecamera e uscì dalla sala di proiezione.” – Jami Bernard, New York Daily News).

Tra le schiere di chi non apprezzava il film c’erano anche quelli che accusavano Tarantino di plagio. Molte delle scene di Le iene sono state infatti spesso accusate di aver copiato City on Fire, film di Ringo Lam molto famoso negli Stati Uniti: in questo film è presente il triello finale, la rapina andata male, un uomo torturato da un membro della banda. In pratica, è come se Tarantino avesse copiato l’ultima parte di City on Fire per creare però un film autonomo e statunitense al cento per cento. In risposta alle accuse di plagio, Tarantino disse: “I bravi artisti copiano, i grandi rubano”, prendendo a sua volta questa frase dal pittore Pablo Picasso.

In Italia, pubblico e critica accolsero Le iene come un film carico di significati e di grandi morali, celate però sotto la violenza estrema. Ciò che più di tutto stupì il pubblico è la circolarità degli eventi presenti nel film. Il film infatti inizia con un vero e proprio cerchio, gli uomini riuniti attorno ad un tavolo con la telecamera che gira loro attorno, e si conclude con un macabro cerchio della morte. Secondo Roberto Escobar, che fornì una delle critiche più accettate dal pubblico, il film era anche una chiara dimostrazione della società di oggi, in cui l’uomo si serve degli altri solo per raggiungere i propri scopi. Qui l’obiettivo è la rapina, e ognuno degli uomini – che rappresentano la società – si serve dell’altro per effettuarla e, in ultimo, spartirsi il bottino. L’unico uomo che non mira a prendere il bottino, bensì a far incarcerare i membri della banda è Orange, l’ultimo arrivato, che – uscendo dagli schemi classici del traditore – riesce a immedesimarsi perfettamente nel ruolo del gangster. Per fare il proprio mestiere di poliziotto infiltrato, Mr. Orange deve identificarsi nell’antagonista, deve compiere un’operazione di mimesi interiore. Ma questo lato “da gangster” che dovrebbe solamente «interpretare» finisce per prevalere su di lui: arriva a uccidere come l’antagonista, con la sua fredda automaticità; arriva soprattutto a pensare come lui, affascinato dal suo universo. Dunque il fantomatico ingranaggio perfetto della rapina inizia a cedere. Cade del tutto quando Mr. White si lascia vincere dall’amicizia. Esce dalle regole prestabilite, mira verso un valore superiore al semplice bottino: crede di dovere qualcosa a Orange. Per questo motivo, la circolarità viene a mancare e sfocia nei tre colpi di pistola finali. “Eppure, Tarantino lascia spazio ad un ultimo colpo, quello carico di vendetta e impossibilità di comunicazione, quello che Mr. White spara in testa a Orange” concluse Escobar.

Nonostante la grande somiglianza – almeno in apparenza – con Rapina a mano armata (The Killing) di Stanley Kubrick, a differenza della pellicola di Kubrick, il film si svolge in gran parte tra le pareti di un deposito come su una scena teatrale.

Il film viene ancora guardato perché rappresenta in modo quasi grottesco una società teoricamente a noi così lontana ma in verità troppo vicina.

Un film del genere va visto almeno una volta, nella sua violenza visiva ed emotiva.

 

 

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