Sono qui, ancora

di Ludovica Coiro e Chiara Maciariello

Non credevo di poter arrivare fino a qui. Seduta sulla mia comoda poltrona rossa mentre soffio sul tè bollente dentro la tazza, guardo fuori; è una serata tranquilla, la neve sta cadendo a fiocchi e le strade sono piene di automobili, come di fatto è sempre qui a New York. Il rumore dei clacson non mi disturba, anzi mi calma e la vista dei tetti innevati della metropoli mi fa ripensare a quanto sia stato difficile vivere in un mondo che apparentemente sembra perfetto. Sorseggio il mio tè e lentamente mi alzo per prendere un po’ di zucchero. Odio il tè amaro. Arrivo alla dispensa e apro lo sportello. “Lo zucchero, lo zucchero” mormoro mentre scorro il dito sulle confezioni, quando mi accorgo che lo zucchero è finito. Abbasso la testa e sospiro mentre imprecando mi decido ad andare in garage per prenderne un’altra confezione. Non vado mai in garage: detesto la luce intermittente, mi dà fastidio l’odore di polvere, ho paura del passato. Cerco tra gli scatoloni tentando di non distruggere tutto, quando d’improvviso sento un forte rumore che distoglie la mia attenzione. Mi volto terrorizzata dall’improvviso tonfo e rivolgo il mio sguardo in cerca di cosa potesse averlo generato. Mi avvicino all’oggetto caduto coperto di polvere, pulisco la copertina delicatamente con la mano destra per scoprire di cosa si tratti.

“Aisha Makhlouf, 2002” leggo. Non posso credere di aver ritrovato il mio album fotografico, pensavo di averlo smarrito durante il trasloco. La copertina è ruvida, scolorita per i tanti anni passati in un cartone, i bordi rovinati. Lo apro, esitante, e mi metto seduta su uno scatolone. Io da bambina tra le braccia di mia madre, i miei primi passi, il primo giorno di scuola, io e mio fratello sorridenti sotto la statua della Libertà, il primo burqa, il primo Ramadan, i primi segni di stranezza. Accarezzo una foto di me sorridente, felice in mezzo alla mia famiglia, il pranzo della domenica pronto sulla tavola. Giro la pagina. Una foto, una sola foto, cambia tutto. Emma, me la ricordo ancora, i suoi sorrisi sinceri, la sua voce squillante, il modo in cui sistemava i capelli quando era nervosa; mi sembra di vederla ancora davanti a me, mentre sfoglia un libro romantico, mi dà una pacca sulla spalla o mi consola dopo un insulto. Dicembre 2017, è la data sotto la foto ed è come se gli anni non fossero passati, come se i sentimenti fossero ancora quelli di una volta.

Ricordo il giorno in cui mi accorsi che qualcosa non andava in me. Ero davanti allo specchio, cercando di decifrare la strana sensazione che avvertivo ogni volta che vedevo Emma. Ricordo come fu difficile ammetterlo a me stessa, riconoscere che quello che provavo non era una cosa sbagliata, rispettare i miei sentimenti. In piedi davanti allo specchio, non riuscivo a decifrare quella tempesta di sentimenti che mi ruggivano dentro.  Poi, un giorno, esplosi. Uscii fuori di casa e gridai a gran voce “Sono lesbica!”.  Sentivo gli occhi di tutti fissi su di me, sorpresi, turbati, infastiditi e impauriti. Un paio d’occhi mi rimasero impressi, più stupiti degli altri: erano gli occhi di mio padre che, tornando dal lavoro con la ventiquattrore sotto braccio e le mani impegnate a cercare la chiave di casa, mi guardò, sgomento. Non seppi definire bene quell’espressione: era un misto di rabbia, terrore e dolore. Quegli stessi occhi che sorridevano quando per la prima volta avevo pronunciato il suo nome, adesso erano smarriti e quella luce in essi si era spenta.  Le lacrime iniziarono a bagnarmi il volto e il dolore si faceva sempre più acuto dentro di me, mentre per il senso di colpa che mi opprimeva il petto, mi accasciavo a terra, stremata. Dietro di me il fragore dei piatti al contatto brusco con il suolo mi fece ritornare in me stessa e fermò le mie lacrime copiose. Forse era stato un incubo, ormai passato, aprii gli occhi. Ero me stessa, finalmente. Dopo tutto quel tempo passato a rimproverarmi, a nascondermi, a rifiutarmi, mi trovai. Il peso invisibile che avevo sulle spalle scomparve, così come il nodo alla gola ogni volta che parlavo. Sentii l’aria riempirmi i polmoni, sentii la pace invadermi e uno strano senso di libertà si appropriò di me.

Sospiro, chiudo quel blocco di pagine in cui è intrisa la mia storia. Sempre rimanendo seduta sullo scatolone mi guardo intorno, quella fitta aria polverosa che mi circonda mi mette stranamente di buon umore. Intorno a me ci sono cartoni in cui sono racchiusi piccoli frammenti della mia vita che mi hanno aiutato a crescere, a diventare forte e a credere in me stessa. Devo tutto a quella ragazza in lacrime  che ha avuto il coraggio di rialzarsi e di accettarsi. Vorrei tanto dirle che le pene che ha sofferto non sono state inutili. Sono diventata un importante avvocato, ogni Ramadan vado dai miei genitori che mi accolgono sempre sorridendo e ho una nuova sfida da affrontare: domani si svolgerà l’elezione del presidente degli Stati Uniti d’America ed io sono candidata. Sembra strano, quasi impossibile, ma sono qui, ancora.

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