I’M A HUMAN BEING

di Chiara Maciariello

 

– Ciao tesoro, io vado. Ci vediamo dopo.

La porta si chiuse con un rumore sordo. Il segnale. Poteva togliere la maschera. Diventava scomoda, dopo un po’. Era sempre un sollievo sfilarla via.

Non si sentiva mai a suo agio vicino ad altre persone. Gli sembrava sempre di essere giudicato. Fingeva di essere quello che non era, perché era questo quello che gli avevano insegnato. Ricordava sua nonna dirgli: “La società ti vuole diverso da ciò che sei. E la società va assecondata.” In fin dei conti era quello che facevano tutti.

Si sfilò le scarpe, accese lo stereo ed alzò il volume al massimo. Notturno di Chopin, op.9 n.2. Amava Chopin. Amava la musica. Ed amava ballare.

Da piccolo passava ore e ore nella sala d’aspetto della scuola di danza per ammirare sua sorella ballare. Si sedeva sempre sulla stessa sedia, la più vicina al vetro che dava sul salone pieno di specchi, e guardava avidamente quei corpi sinuosi ed eleganti mentre si facevano trasportare dalla musica.

A sua sorella non piaceva ballare. Non le era mai piaciuto. Lui non ne aveva mai capito il perché, non era mai riuscito a concepire come qualcuno potesse avere da ridire sulla danza dopo aver ballato, dopo aver sentito quell’immenso senso di libertà. Ma d’altra parte sua sorella per lui era sempre stata un enigma. Come lo erano tutti quelli che lo circondavano.

Si fermò per qualche secondo. Aspettò che la musica gli entrasse dentro. Respirò profondamente, lasciando che il ritmo si impadronisse dei suoi respiri. Chiuse gli occhi. Poi, si lasciò andare.

Era un tutt’uno con l’aria che lo circondava. Il mondo era in lui e lui era nel mondo. Il suo corpo si muoveva da solo, come spinto da una strana forza. Una forza sconosciuta agli scienziati, una forza che non poteva essere scritta con una formula, una forza incontrollabile. E poi, così, improvvisamente, sentì tutti i sentimenti repressi durante quelle settimane uscire fuori. Insieme. Come un uragano che spazza via tutto.

Non pensava più a niente. C’era solo lui. E la musica. Tutto il resto non contava. Non in quel momento. Era come se il tempo si fosse fermato. Come se il mondo fosse stato messo in stand-by. Quei secondi sarebbero potuti durare anni e lui non se ne sarebbe accorto.

E tutto ad un tratto capì. Capì che il mondo era stato ingiusto con lui. La società era stata ingiusta con lui, come lo era stata con tutti. Come lo era stata con sua sorella, che voleva soltanto poter giocare a calcio senza dover essere considerata “strana”; come lo era stata con sua madre, che non aveva potuto frequentare l’Università perché non c’erano abbastanza soldi sia per lei che per il fratello; come lo era stata con suo padre, che era sempre stato costretto a mostrarsi “un vero uomo”. Così, lo era anche con lui.

Lui, che desiderava soltanto essere libero di mostrare quello che aveva dentro. Lui, che voleva soltanto ballare senza essere chiamato “femminuccia”, senza essere considerato “gay” o senza essere preso di mira dai bulli della scuola. Lui, che desiderava soltanto essere un essere umano. Non donna, non uomo, non omosessuale o eterosessuale, non bianco né nero, non cattolico né buddista.

Un essere umano.

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