La malavita nei campi: il caporalato

di Lorenzo D’erme, Antonio De Angelis e Pietro Iaione

La protagonista è ancora il sud Italia dilaniata dalla mafia, corruzione, povertà, dall’arretratezza sociale e dal caporalato. Prima di tutto bisogna chiedersi cos’è il caporalato; il caporalato è un vero e proprio sfruttamento della mano d’opera agraria. Tutto ovviamente è organizzato dalla mafia, che mette come un capo di un terreno agrario chiamato  caporale. Attraverso un sondaggio operato da Terragiusta di Medici per i Diritti Umani (MEDU) nel 2016(dati presi da http://www.repubblica.it),  la maggior parte dei lavoratori erano immigrati e i principali paesi di provenienza sono Burkina Faso, Costa d’Avorio e Sudan.  La quasi totalità dei lavoratori (91%) era regolarmente presente in Italia ed era titolare principalmente di permessi di soggiorno per motivi umanitari (41%), lavoro subordinato e autonomo (24%) e protezione internazionale (16%). Erano inoltre presenti alcuni lavoratori con permesso di soggiorno semestrale per richiesta asilo (6%) perché in fase di ricorso contro il diniego della Commissione Territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale. Ma negli ultimi tempi molti Italiani ,non trovando lavoro si sono dovuti aggregare alla disonesta mano d’opera agraria. Il caporalato non riguarda solo il sesso maschile , ma anche quello femminile, negli ultimi anni in aumento; la maggior parte delle lavoratrici  hanno dai 16 ai 50 anni . Soprattutto per le donne si tratta di lavoro para- schiavistico che comporta altissimi livelli di stress non solo fisico ma anche psicologico, infatti molte donne vengono minacciate di violenza sessuale se non si sottomettono al caporale.  Le donne vengono infatti preferite agli uomini, in alcuni lavori, per la loro manualità. Alcune donne sono costrette a prostituirsi, donne di età compresa tra i 20 e i 30 anni (molte di queste sono originarie della Nigeria).

Molti lavoratori (la quasi totalità) , dichiarano di esser stati assunti regolarmente, mentre altri si lamentano di aver ricevuto la notizia, ma di non aver mai firmato un contratto. I braccianti lavorano 7 ore al giorno, trasportando casse da 300kg a testa, con delle importanti oscillazioni legate alla variabilità meteorologica, nonché al numero di camion  e quindi di cassoni  da riempire.  Il 70% dei braccianti dichiara di essere stato pagato a cottimo, in media 3,7 euro per cassone e di non sapere se gli saranno versati i corrispettivi contributi per accedere alla disoccupazione agricola.

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