IL BAR-CAFFE’: DAL PROGRESSO CULTURALE AL FENOMENO DEL MAINSTREAM

di Filippo Vaccaro e Giulia Salvatore

Il caffè. Non solo una bevanda aromatica, non solo necessità mattutina di molti lavoratori. Il caffè, per definizione, può anche indicare il locale in cui viene servita l’omonima bevanda e (ormai) cibi di tutti i generi. Lo scopo di questo articolo è quello di ripercorrere la storia del bar-caffè, mettendo in luce la funzione che ricopriva nel passato (nel ‘700 e nell’800) in antitesi con l’influenza che al giorno d’oggi le generazioni giovanili subiscono.

Il “Caffè Florian” di Venezia e il “Café Le Procope” di Parigi sono i due caffè più antichi d’Europa, entrambi vennero fondati nel 1700, secolo dell’Illuminismo e del progresso culturale e furono i primi di una lunghissima serie. Il principale scopo di questi antichi bar, tutt’ora esistenti, era quello di essere un luogo d’incontro per i cittadini della classe borghese. La possibilità di incontrarsi e di poter interagire con qualcuno della propria classe sociale, favoriva il dialogo e il confronto, nonché lo scambio di opinioni e di idee, il quale agevolava l’espandersi della cultura. I frequentatori di un caffè erano portati a discutere di argomenti di cultura generale (a loro contemporanea), di letteratura e di politica. Questo comportava un aumento delle conoscenze personali, oltre che il diffondersi della filosofia dei Lumi. Una mentalità che difendeva l’importanza della ragione e del ragionamento non faceva altro che intersecarsi perfettamente con le opportunità culturali che i caffè offrivano.

I due bar sopracitati sono stati luogo d’incontro di alcuni tra i più grandi personaggi della storia. Rimanendo solamente in Italia, al caffè veneziano presero parte personaggi illustri: Jean-Jacques Rousseau, Giacomo Casanova, Gabriele D’Annunzio, Ugo Foscolo, Silvio Pellico. Per citarne alcuni. Spostandoci invece in Francia, il suo primo bar ha accolto alcuni dei massimi esponenti della Rivoluzione Francese come Robespierre, Danton e Jean-Paul Marat ma anche chi ne ha decretato la fine, come Napoleone Bonaparte. Andare al bar allora poteva avere la stessa valenza di andare oggi in biblioteca. Ospitare le personalità che oggi studiamo sui banchi di scuola è stato uno dei più grandi privilegi ottenuti da questi illustri caffè nel passato.

Il caffè non sembra perdere la sua funzione principale. Tutt’oggi poter dialogare e potersi confrontare di fronte ad un thè caldo o ad un caffè – appunto – è ancora uno dei momenti più piacevoli e talvolta costruttivi della giornata. D’altro canto bisogna tener conto anche di altri fattori, come la compagnia, gli argomenti trattati, la condizione meteorologica. Non sempre l’interlocutore sa conquistare la nostra attenzione, non sempre parliamo di argomenti di cui ci fa piacere dialogare e non sempre sappiamo ascoltare l’altro. Ma esiste qualcosa di più grave, al giorno d’oggi. La maggior parte dei ragazzi frequenta un bar non tanto per le persone che può incontrare, quanto per le persone dalle quali vuole farsi vedere. Vagheggiano un cartellino immaginario da timbrare al loro arrivo, come una presenza necessaria, in un luogo dal quale non ci si può assentare, perché rischia il proprio “appeal”, la propria reputazione. Difficilmente si incontra qualcuno che si raduna in un bar per studiare, per parlare di politica, per confrontarsi di attualità. Oggi, il bar, significa ben altro. Un enorme salto nel vuoto. Dal progresso culturale al fenomeno del mainstream.

 

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