Quando il bello diventa plastico

di Giulia Mambrini

Non è una novità che la chirurgia estetica sia ampiamente diffusa al giorno d’oggi , ma è un dato allarmante la soglia d’età sempre più bassa delle persone che si sottopongono a questo tipo di interventi. Nei paesi in cui la capacità d’acquisto permette di fare ulteriori  spese extra, la pratica di “ritoccarsi un pochino” è diventata una moda, anche per i ragazzi minorenni che chiedono il consenso ai genitori. In questo contesto  un ruolo fondamentale lo occupano i mass media che attraverso il loro potere di influenza ci propongono modelli sempre più “sintetici” che reali.

La bellezza ideale può sembrare un traguardo raggiungibile, così come la felicità nel sentirsi finalmente all’altezza delle aspettative degli altri e quindi delle nostre.

 

A tal proposito, il fotografo David LaChapelle,  nel suo monumentale progetto Heaven to Hell, mette a nudo,letteralmente, gli stereotipi della cultura pop, puntando il dito contro le apparenze.

L’uso illimitato della chirurgia plastica ha infatti contribuito a deformare l’idea del  canone di bellezza, che non è più da ricercarsi in figure naturali che tendono al bello ideale, ma tanto più, in creazioni materiali dell’uomo,  che rispondono alle mode e alle tendenze del momento. In altre parole, il potere del chirurgo plastico, nel plasmare e modellare i pazienti, ha fatto sì che gradualmente si perda la concezione di ciò che sia vero e naturale. Il nuovo dio del XXI secolo è colui che sa soddisfare i desideri  di uomini e donne alla ricerca di nuove immagini di sé.

 

E’ pur vero che talvolta la chirurgia plastica rappresenta un’ancora di salvezza per coloro che percepiscono il corpo come una prigione, un involucro che non è in grado di esprimere aspetti fondamentali della  vita di un uomo, ad esempio l’identità di genere. In tal senso, si rivela un mezzo per la realizzazione personale,  rendendo finalmente il paziente a suo agio con sé stesso. In conclusione, è un fenomeno da condannare?  La sua utilità, in alcuni casi, è innegabile, ma un suo uso sproporzionato, nella lotto contro il tempo o contro le “imperfezioni”, non potrebbe rappresentare una lotta contro sé stessi?

 

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