La città del consumismo

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di Francesca Ludovici

Mai come oggi il verbo della città è comprare. Forse in omaggio allo spirito mercantile dei nostri antenati, che dopo la scomparsa del commercio si ritrovarono, nel Basso Medioevo, a dare nuovo impulso a quegli scambi fondamentali per la vita urbana. O forse semplicemente per la facilità con cui l’uomo moderno può assecondare i suoi nuovi capricci. Insomma, ormai consideriamo la pratica dell’acquisto parte integrante della vita di ogni giorno. Non parlo qui dei beni di consumo immediato, né di quelli che comunque sono ritenuti necessari. Mi riferisco invece a tutto quel superfluo che inonda le nostre case e presto anche le nostre discariche, a quelle cose che ci appaiono del tutto inutili (dentro di noi lo sappiamo benissimo), eppure, spinti da un moto irrazionale, abbiamo acquistato.

Italo Calvino, in uno dei libri che più gli conferirono il giudizio di visionario, “Le città invisibili” (di cui peraltro qui potete trovare la recensione di Sara Alicandro), già nel 1972 dava la sua personale spiegazione a questo fenomeno, attraverso le città descritte da Marco Polo al gran Khan Kublai. Con un velo d’amarezza il viaggiatore parla della città chiamata Tamara e del suo peculiare rapporto con i segni:

“Finalmente il viaggio conduce alla città di Tamara. Ci si addentra per vie fitte d’insegne che sporgono dai muri. L’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose: la tenaglia indica la casa del cavadenti, il boccale la taverna, le alabarde il corpo di guardia, la stadera l’erbivendola. […] Anche le mercanzie che i venditori mettono in mostra sui banchi valgono non per se stesse ma come segni d’altre cose: la benda ricamata per la fronte vuol dire eleganza, la portantina dorata potere, i volumi di Averroè sapienza, il monile per la caviglia voluttà.”

E se mostrandoci una città immaginaria Calvino abbia voluto far riflettere il lettore sull’assurdità di tutto questo vendere, comprare, buttare quello che in realtà non ci serve? A qualcuno sembrerà inverosimile, ma l’ipotesi che la nostra smania di possedere derivi da una singolare credenza, quella di poter comprare ciò che vogliamo essere, non è poi così lontana dalla nostra società. Ciò non ha per forza una valenza negativa: pensiamo ad esempio allo studente che compra un libro per diventare più sapiente. Ma ci sono situazioni in cui effettivamente si compra più per mostrare, che per usare. Perché si pensa che con il rossetto di marca si possa raggiungere la bellezza, se non in senso assoluto, almeno intesa come apprezzamento da parte degli altri. Perché troppe volte è l’umore ad aprire il portafogli, e non la necessità o la convenienza. Perché alla fine non riusciamo a fare a meno di desiderare di essere altro da noi stessi, e nell’impossibilità di cambiare radicalmente ci aggrappiamo emotivamente anche a freddi oggetti, cercando di convincerci che funzionerà, che una crema antirughe ci riporterà gli anni della giovinezza, che comprando un peluche avremo l’affetto che tanto cerchiamo, che basterà un telefono nuovo a procurarci l’amicizia.

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