RACCONTAMI L’AFRICA

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Di Giulia Mambrini

Per  introdurvi Erika De Marchis mi limiterò a dire che è una studentessa del nostro liceo, classe 1998, con la quale ho avuto l’occasione di fare conoscenza qualche anno fa. Durante queste vacanze di Natale, tramite Facebook , ero aggiornata in tempo reale sul viaggio in Africa che ha compiuto come volontaria presso l’orfanotrofio “God Our Father Centre For Needy Children”, in Kenya. La curiosità di conoscere la sua esperienza mi ha portato a chiederle di condividere quest’avventura con me e i lettori de il “ Classico Giornale”. Perciò, a pochi giorni dal suo rientro, le telefono, chiedendole di raccontarci come sia stato questo viaggio fuori dal comune.

Dunque Erika, la prima domanda che mi sorge spontanea è:  dove affonda le sue radici questo viaggio in Africa e inoltre cosa significa per te “ volontariato”?

Per me tutto iniziò lo scorso anno durante il periodo natalizio, quando decisi di dare un senso al mio Natale ed iniziai ad andare nei reparti ospedalieri consegnando doni e regalando sorrisi. Questo è stato il mio primo approccio con quel mondo definito volontariato che a me piace chiamare  uno “ scambio reciproco”.

In che senso?

Parlo di umanità, in virtù del fatto che molte volte ho ricevuto più di quanto io possa aver dato. E’ stata quest’esperienza a far scattare dentro di me qualcosa: la scelta dell’ Africa è stata una risposta alla mia coscienza. Un richiamo a fare scelte più coraggiose, perché credo fortemente che per capire realtà complesse come l’esperienza di una malattia o della povertà bisogna viverle sulla propria pelle e guardarle con i propri occhi, altrimenti saranno sempre problemi lontani da noi.

Perché la scelta di volare in un altro continente per rendersi utili? Le persone che hanno bisogno di aiuto sono dietro l’angolo…

L’Africa è un continente che mi ha sempre affascinato per la sua cultura, le sue tradizioni e contraddizioni ma anche per i suoi grandi problemi in apparenza irrisolvibili. La tua domanda, che so essere un luogo comune in senso provocatorio, me la sono posta anche io in primis, giungendo però alla conclusione che per fare del bene non esistono limiti di spazio e una cosa non esclude l’altra. Per intenderci, non penso che i bambini italiani meritino di più solo perché vicini. Sono due mondi distanti che invece tanto si somigliano, perché la sofferenza, così come il bene, non ha confini. Esistono infiniti modi di aiutare, basta trovare la propria dimensione e lasciarsi trasportare dalle emozioni e dagli insegnamenti che ti donerà. Questo è ciò che auguro a tutti: trovare la propria dimensione nel fabbricare il bene. Io l’ho trovata: sono la mia Africa e sono i miei bambini, poiché anche se io ho lasciato l’Africa, lei non lascerà me.

Entrando nel vivo della tua esperienza, come è stato il primo impatto con questa comunità?

Quando arrivai all’orfanotrofio, dove vivevano circa 120 bambini, non ebbi neppure il tempo di realizzare e di chiedermi “ e ora cosa faccio?”, ma cosa volevo fare… stavano facendo tutto loro.

Chi mi tirava da una parte, chi dall’altra, chi timidamente mi toccava, chi invece, prepotentemente, scavalcava tutti per essere preso in braccio. Non so spiegare a parole la gioia di quel momento. C’erano già molte cose da fare quando arrivai: i più piccoli avevano bisogno di cure, alcuni avevano la malaria e i più grandi avevano bisogno di attenzione, affetto…quello che più manca a loro. E sembrava come se se ne abbuffassero, dell’affetto che io riuscivo a dargli. Non bastavano dieci minuti, una carezza, un bacio, lo volevano ancora, sempre, non si staccavano mai da me.

Successivamente come hai trascorso le tue giornate? E quali sono stati i cambiamenti radicali a cui ha dovuto fare l’abitudine per sopravvivere?

La giornata si scandiva lenta, secondo i ritmi africani che per natura sono “pole-pole”, piano piano, non per noi però, abituati ad “araka- araka”, veloce veloce. C’erano molte cose da fare, in primo luogo bisognava occuparsi dei bambini: vestirli, cambiare i pannolini ai più piccoli, farli addormentare, pulire i materassi e le stuoie su cui la notte avevamo dormito. Inoltre, era mio compito pulire la struttura, aiutare a cucinare e pitturare le pareti, insomma  tutto ciò che un orfanotrofio africano poteva richiedere.  Di certo la conditio sine qua non per vivere un esperienza del genere, a mio avviso, è un forte spirito di adattamento… aspetta che mi sta suonando la sveglia…ecco dicevamo, adattamento, si niente sarà come a casa, lì bisogna sempre essere pronti a sporcarsi le mani. Ad esempio, le condizioni igienicosanitarie erano quasi inesistenti e il cibo scarseggiava: si mangiava una volta al giorno, solitamente a pranzo, poiché il riso si cuoceva lentamente sotto il sole rovente. Lo mangiavamo all’interno di una buccia di cocco, anche in due o in tre e rigorosamente con le mani. L’acqua… un miraggio. Quella potabile era inesistente, o ti adatti a dissetarti con acqua non proprio pulita oppure non bevi. Ma vi assicuro che queste difficoltà in Africa passano in secondo piano, tutti questi pensieri li avete lascati in occidente, la vostra vita andrà del tutto oltre le esigenze fisiche o i problemi materiali.

Parli come se fossi stata del tutto a tuo agio…

Quel posto era diventato la mia casa, perché con questa parola non intendo solo il luogo fisico che ti protegge dalle intemperie, costituito da muri di cemento. Casa è quel luogo in cui il cuore trova pace, calore e ristoro. Casa è quel posto che percepisci dentro, dove senti finalmente di essere vivo e hai una ragione per farlo. Vuol dire anche non avere acqua per due settimane, respirare terra rossa e riempirsene i polmoni; prendere il Malarone ma pensare comunque ad ogni puntura di aver contratto la malaria, dimenticarsi di sentirsi puliti e profumati. Casa è quel luogo che i nostri piedi possono lasciare ma non i nostri cuori.

Conservi ricordi di esperienze particolarmente incisive durante il viaggio?

Si dunque, sicuramente non potrò mai dimenticarmi di quello che vidi appena giunta nei villaggi vicino la Savana. Le case erano costituite solo di fango e i bambini erano buttati a terra e facevano fatica ad alzarsi; si riempivano le mani di terra rossa e la mangiavano perché non vi era alternativa e prima ancora del cibo ti chiedevano l’acqua. Trovai mamme disperate che mi gettavano i loro figli in braccio chiedendo, soltanto con gli occhi, di portare i loro bambini in un posto migliore. Il senso di impotenza è stato devastante. Quelle donne erano con le lacrime agli occhi perché i loro piccoli non mangiavano chissà da quanto tempo, ma ciò che è stato ancora più lacerante è che non potuto pensare “ domani andrà meglio”. –Pausa- Un fatto più divertente è stato invece quando Simon, un bambino di sette anni, alla mia domanda “cosa vorresti fare da grande”rispose “il presidente del Kenya e a te costruirò una casa vicino l’orfanotrofio”.

Dove pensi che possa spingerti in futuro il volontariato? Tornerai in Africa per continuare questo percorso?

Sicuramente quest’esperienza rappresenta soltanto il punto d’inizio di quello che sarà un lungo e bel cammino! In Africa ho deciso di tornare ad Agosto, dopo gli esami di maturità, sempre all’orfanotrofio in Kenya. Poi, quando le condizioni dei bambini saranno migliorate a tal punto da non richiedere più interventi, significherà che la mia missione lì si è conclusa. Comunque fammi pensare… ci sono moltissimi posti in cui vorrei andare, fra questi la Tanzania, il Monzambico, il Benin e il Burkina Faso. Ad ogni modo, ovunque ci sarà bisogno. Spero di partire presto.

Vorrei chiederti un’ultima cosa: quali pensi possano essere le difficoltà di natura culturale che incontrano i migranti provenienti dal continente africano, nel momento in cui giungono in Europa?

Mi fa piacere che tu me l’abbia chiesto… ecco, dovremmo per prima cosa tenere a mente che loro scappano da situazioni di povertà estrema, di guerra, delle quali noi occidentali siamo pienamente responsabili…

E’ un’ affermazione importante questa, cosa intendi per noi?

Parlo delle secolari politiche occidentali che hanno puntato all’Africa come miniera inesauribile. Non dimentichiamoci che siamo entrati in casa loro, saccheggiando i territori e impadronendoci delle ricchezze. Abbiamo ucciso innocenti e difeso sempre la logica del sangue, del denaro e quindi del potere. Per questo affermo che dovremmo in parte sentirci debitori nei loro confronti, e quanto meno, offrire un’accoglienza degna di essere definita tale. Migrare non è un reato e soprattutto, un mondo che nega speranza e conoscenza, è un mondo che nega la dignità stessa della persona. Il viaggio non contiene una colpa, ma soltanto sacrificio e sofferenza perché per quanto possa essere brutto, il posto in cui sono nati è dove hanno visto la luce per la prima volta. E’ il luogo dove hanno conosciuto la vita, gli affetti e  anche le gioie, non solo lacrime, disperazione e voglia di fuggire. Se si privano di tutto ciò, lo fanno con dolore, e per alimentare il diritto alla felicità e ad una vita migliore, perché loro ci credono più di quanto facciamo noi, e la speranza non abbiamo il diritto di negargliela. Ricordiamoci inoltre, che è solo per un calcolo di probabilità che ci troviamo nei paesi ricchi dove loro vogliono arrivare, ma la Terra non ci appartiene, non appartiene a noi più di quanto possa appartenere a loro. Siamo tutti figli dello stesso mondo. L’Europa, che dipingono come un’oasi di felicità, essendo abituati a non avere nulla, può trasformarsi, nel momento in cui vi approdano, nell’oasi del terrore poiché è completamente lontana da ciò a cui sono abituati. Per questo la mia speranza guarda ad un’accoglienza che li faccia sentire benvenuti, come quando, la loro terra ha accolto me.

Grazie Erika per la tua testimonianza ancora vivida ed evidentemente molto sentita, a presto.

Grazie a te, ah credo possa essere utile che ti invii anche delle foto… inoltre per chiunque abbia qualche curiosità o voglia partire per vivere quest’esperienza , mi scriva ad erikaupendo@gmail.com. E’ stato un piacere!

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