Conversazione con Giorgio Maulucci

di Emanuele De Meo

Venerdì 2 novembre 2016 ho potuto passare un piacevolissimo pomeriggio in compagnia dell’ex-preside e dell’intellettuale, oltre che giornalista pontino, Giorgio Maulucci, il quale, pur essendo in pensione, preferisce dirsi “in tensione” a causa dei numerosi impegni. La nostra “chiacchierata” comincia con una mia breve presentazione (oltre che personale) del progetto “Il Classico Giornale”, dopodiché accomodatici, inizio con le domande:

Che ricordi ha del Liceo Classico?

Ricordi bellissimi… dice con la soddisfazione di chi ha la consapevolezza del proprio operato. …ricordi bellissimi a tutti i livelli, anche dei primi anni!. Dopo tale affermazione inizia un piacevolissimo racconto in cui vive il ricordo di quei “primi anni” caratterizzati da turbolenti contrasti in un contesto di Liceo Classico che, stando al racconto, doveva presentarsi in maniera assai diversa da oggi. Contrasti quelli vissuti dal professore tipici di quegli anni, in modo speciale in un ambiente liceale di stampo conservatore e pre-venuto come quello di viale Mazzini all’epoca dei fatti. Parliamo poi delle azioni, delle scelte che hanno portato il Liceo Classico all’“età augustea” dei 1200 alunni e della mitica (o forse mitologica) sez. O. Scelte quelle dell’allora dirigenza Maulucci caratterizzate da un forte sperimentalismo e da un’innata volontà di “aggiornare” partendo dalla struttura (auditorium), passando dalle iniziative come il teatro e il cinema, fino ai “nuovi” indirizzi (ahimè oggi seppelliti) come il famoso quanto temuto, ma non rimpianto “Brocca” e poi ancora il “Copernico” e l’“Alberti”. Di spessore l’accostamento teatro-orchestra-scuola che fa il prof. Maulucci:Ho avuto il privilegio di lavorare con insegnati e personale meravigliosi. Credo che sia fondamentale la “corrispondenza” con insegnanti e tecnici, e in quegli anni tra di noi era veramente forte. Sai, il preside è come un direttore d’orchestra o un regista teatrale. Puoi essere bravo quanto vuoi ma se tutto il resto non lavora come si deve, se gli attori sono “cani” o l’addetto a suonare il triangolino nelle pause manca, non funzionerà mai come dovrebbe, non è la stessa cosa. Conclude la risposta rivivendo il ricordo della bellezza di quegli anni.

 

Che ruolo ha il Liceo Classico nella formazione della società?


La risposta si apre con un richiamo alla memoria del dibattito Eco-Ichino. Il prof. continua:
Il Classico a tutt’oggi, per quanto riguarda la sua natura, è ancora formativo, ma andrebbe aggiornato (e non modernizzato) . Si apre dunque una discussione sull’effettiva funzionalità della traduzione e dello studio delle lingue antiche. Perché si continua a tradurre letteralmente dal latino e dal greco, a studiare come cinquanta anni fa?. Si è cambiati per le tracce d’italiano, per le verifiche di tutte le altre materie; e latino e greco? Bisogna “aggiornare” nel senso di “affascinare”. Ma questo non vale solo per il Liceo classico. Il prof. racconta dunque il metodo “nuovo” d’insegnamento che utilizzò anche a suo tempo presso il liceo scientifico, quando per far imparare il latino in maniera “affascinante” agli “alunni scientifici”, partiva dall’Alberti, da Copernico e da Galilei, dalla letteratura “viva”. Francesco De Sanctis parlava dei letterati come persone vive. Ancora, e in maniera particolare oggi, è validissimo questo pensiero. Se dietro l’autore non vedo l’uomo, è inutile parlarne. E quando dico vedere l’uomo, intendo in un certo senso rendere “commestibili i leopardi, i manzoni” .

Con i vari indirizzi (cinematografico e beni culturali) c’eravamo riusciti (ad aggiornare e ad affascinare). Perché per quanto si possa parlarne, la gente sa quello che è meglio per i propri figli (nota. ricordo nuovamente che il prof. si riferisce agli anni dei 1200 iscritti.) Oggigiorno due cose reputo intollerabili nel mondo della scuola, in particolar modo per un liceo classico: l’inferiorità dello studio dell’arte e della musica, queste sono due gravissime mancanze nella scuola di oggi ed è una grandissima discriminazione nei confronti della cultura e della società.

Latina indubbiamente ha un fascino singolare, che passa dall’architettura all’artista Taormina, da lei a Pennacchi, dal MAD di D’Achille alla vittoria di una lista civica. Lei è solito definire “Latina è una città molto strana”. Potrebbe spiegare meglio questa affermazione e raccontare il suo rapporto con la città?

Partirei dal dire che Latina è una fat-city. Fat nel senso di “grassa”, che sa di unto, che si è “ingrassata” con il malaffare, oppure grassa nel senso di un antico splendore, potenzialità che ha dissipato. Il prof. non esita a mostrarmi alcune “prove” di questo splendore dissipato, facendomi notare il vero scempio che partì dallo stupro e dalla demolizione di alcune parti architettoniche della nostra città come la Casa del Contadino, edificio di monumentale bellezza distrutto in nome dell’antifascismo di principio e sostituito dalla Galleria Pennacchi (ai lettori i commenti!); e la magnifica scala delle Poste, demolita in nome della necessità di spazio (reale necessità?).

Casa del contadino :panoramica e dettaglio

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Scala delle poste

A livello cosciente non amo Latina. Perché sono “ferito dalle ferite” inferte da parte della società verso Latina. Provo un profondo disprezzo per chi ha ridotto così Latina. Nel passato remoto, nel passato e nel recente. Latina però è per me come Recanati per Leopardi (non che io mi paragoni minimamente a Leopardi, parlo dei luoghi). Questa città è il mio “natio borgo selvaggio” e la vivo con lo stesso rapporto del poeta: “Fuori di Recanati io non sogno” . Recanati- Latina. In questa città c’è un humus significativo. Latina ha un significato, che si crede di sapere, e un significante, che rimane nascosto alla sua gente. Latina è figlia di un grandissimo malinteso e il “consorzio umano” di certo non favorisce la situazione. Carlo Levi scrisse “Cristo si è fermato a Eboli”, io oserei dire che nel caso della nostra città “Cristo si è fermato alla bonifica”. Latina è una città che ha avuto tanto da offrire e tutt’oggi ha da offrire, ma è una città di eccellenze polverizzate..

A proposito della sua posizione di intellettuale pontino, secondo lei, la cultura è alla portata di tutti o esiste un’élite pronta ad usufruirne più degli altri?

Non sempre. La “specializzazione” ha negato in parte questo discorso. Se interpretiamo invece la Cultura, come quella ricerca profonda, come “bellezza” allora sarebbe alla portata di tutti… Se il sistema lo consentisse! Con i necessari mezzi bisognerebbe far “accorgere” in maniera capillare alla comunità di tale cultura. L’élite è solo una definizione. E’ chiaro che chi porta avanti certi studi non può mentire, fare finta di non sapere. Se sei avanti, è solo per merito e circostanze. Detto questo il vero intellettuale è chi non ritiene di avere la verità in tasca.

 

Dunque per lei la Cultura deve essere indotta o ricercata personalmente?

È chiaro che ci deve essere un “modello” di partenza. Un modello dal quale bisogna man mano autonomizzarsi. C’è, quindi, bisogno di “mettere in moto la macchina” e rendere fruibile e abbordabile la cultura. In un certo senso il popolo ha già una sua certa cultura che però è ben diversa da quella che stiamo trattando ora. Ci devono essere delle condizioni di apprendimento che sono necessarie.

 

Per quanto concerne invece il mezzo, il social, passando dal pensiero pasoliniano del medium che proferisce ex cathedra e considerando la sua attuale posizione di giornalista, come giudica la situazione?

Parto da Facebook. Io credo che le opinioni vadano condivise, rese partecipate. E questa non è solo utilità bensì necessità. Oramai non si può tornare indietro, questo è chiaro, ma credo che ci sia bisogno di fare un uso diverso della modernità, quotidianamente scempiata dal banale. Per quanto riguarda il giornalismo devo dire che la stampa è una roba sporca, ma ritengo doveroso essere “sulla pagina” per confrontarsi. Gli illuministi ebbero una grandissima intuizione: il commercio delle idee, che di per se è geniale, altrimenti resterebbero così, sparse e “platoniche”, e il giornale è l’occasione giusta per mettere in pratica questa innovazione.

In un discorso che parte da Shakespeare, passando inevitabilmente per Pasolini e il teatro di Carmelo Bene, per lei a oggi è più importante “la parola” o “le parole”?

Beh, se consideriamo la Parola come “epistème”, dunque il dato certo, la verità, l’assolutezza, il discorso è complicato. La parola così intesa passa di certo per il teatro, in particolar modo in Pasolini: il suo, infatti, è un teatro “di parola”. In “Affabulazione” la parola pronunciata diventa e passa per l’azione. In Bene la parola viene addirittura fisicizzata con tutto il discorso della phoné. E il discorso è ripreso inevitabilmente da Ronconi, in cui è attuato (usando un termine brechtiano) lo “straniamento”. Tornando a prima, se consideriamo l’altra faccia, cioè “le parole”, la doxa, le chiacchiere, assumono ai giorni nostri un’importanza notevole quanto imbarazzante: l’esempio si trova tra questi talk show da quattro soldi da abolire.

Referendum sì o no?

Non ho nessun velo a esprimere il mio SÌ. Celentano e Mina hanno messo su un “canzoniere” delizioso dal nome “Le Migliori”, e beh, io mi associo “ai migliori” per il SÌ. Fermo restando che sono convinto che non sia la migliore delle riforme, credo fortemente nel “non definitivo”, nel work in progress. Critico fortemente la strumentalizzazione che passa attraverso questo referendum, però tengo a sottolineare che non voto pro o contro Renzi (il prof. lo apostrofa decisamente male), ma voto per la riforma. E sono convito che la maggior parte dei no sia composta da anti-renziani di principio e da inconsciamente anti-renziani..

Ultima domanda: le piace questa iniziativa del Classico Giornale?

Sì, credo moltissimo in questo tipo di iniziative. Le trovo culturalmente stimolanti e molto democratiche; le definirei “mazziniane”, fatte di pensiero e azione, oltre che proprie di viale Mazzini! ”.


Ci salutiamo con una stretta di mano e un sorriso. Un grandissimo piacere aver potuto intervistare una persona stupenda come il professore e ex preside Giorgio Maulucci.

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