“E allora… ¡Viva la vida!”

il

di Sara Alicandro

Viva la vida è un’idea, un concetto, una formula, la soluzione alla formula stessa. Viva la vida è il grido di chi prende a calci la morte e trova la forza di continuare a camminare; viva la vida è quel che Frida, il 17 settembre 1925, ha urlato all’alito gelido della “Pelona” ormai pronta a prenderla.

Frida Kahlo è stata una pittrice messicana nata a Coyoacan nel 1907. Generalmente definita dalla critica come surrealista, lei non accettò mai questo termine, dichiarando di dipingere la propria realtà.

Tuttavia la Frida che Pino Cacucci vuole raccontare, scrivendo “¡Viva la vida!”, non è la Frida pittrice (o meglio non solo) ma quella donna, amante, moglie, figlia, sorella, rivoluzionaria, incarnazione delle contraddizioni del Messico e del suo tempo, simbolo, icona e tanto altro.

Ciò che, pertanto, vediamo emergere dalle pagine di questo breve ma intenso monologo teatrale riguarda spesso e volentieri il dissidio interiore con il quale ha convissuto per tutta la sua, anch’essa breve ma intensa, esistenza di 47 anni. Al contempo questo forte turbamento viene però contrapposto alla sua incredibile forza d’animo la quale non si ferma nemmeno davanti alla “Pelona”, la Morte, che viene continuamente terrorizzata e allontanata dal ¡Viva la vida! di Frida.

La pioggia… Sono nata nella pioggia. Sono cresciuta sotto la pioggia. Una pioggia fitta, sottile … una pioggia di lacrime. Una pioggia continua nell’anima e nel corpo. […] E la Morte, la Pelona, mi ha subito sorriso, danzando intorno al mio letto.”

Captiamo immediatamente da quello che è l’incipit del libro la riassuntiva e concisa spiegazione dell’affascinante, misteriosa e infinitamente contraddittoria vita di Frida. Una vita all’insegna della pioggia, che è sinonimo di vita, ma con la Pelona sempre accanto.

E’ proprio con l’indescrivibile inerenza e precisione di dettagli nel dipingere questa contraddizione di Pino Cacucci che si palesa una mastodontica conoscenza dell’artista stessa e ancor più del suo tipo, piuttosto complesso, di umanità.

Cacucci è riuscito ad afferrare la peculiare gioia di vivere di Frida, spesso e volentieri fraintesa e scambiata con una sorta di adattamento, quasi epicureo, al dolore.

Frida è fatta di contraddizioni, non lo si può negare; ma fanno parte di lei. Vivere senza contraddizioni voleva dire non tirar fuori quel ¡Viva la vida! che le ha permesso di continuare a camminare, respirare. L’incidente, la storia con Diego Rivera e i tradimenti, le gravidanze interrotte, le innumerevoli e dolorose operazioni non sono mai riusciti a buttarla giù.

Nel suo diario scriveva spesso “Piedi, per cosa dovrei volervi se ho le ali per volare?”.

Ad ogni sofferenza corrispondeva un momento di buio totale, il quale veniva però sempre seguito da un sorriso più raggiante di prima.

Questo libro, avvolto da un accattivante alone di mistero, racconta Frida come si farebbe con una storia di tempi antichi; la racconta come lei stessa farebbe: in modo trasparente e sincero, senza vergogna o rancori, e ci aiuta a comprendere, senza timore alcuno, che dietro quegli strani quadri e quelle grandi sopracciglia folte c’è qualcosa di molto, molto più profondo e umano. Qualcosa di vivo che continua a riecheggiare, che la Pelona non riuscirà mai a spegnere. Si chiama arte.

Aspetto felice la partenza. E spero di non tornare mai più.”

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