Scienza di confine (o scienza messa “al confine”?)

di Luca Del Giudice

Come meglio inaugurare questa neonata sezione scientifica se non trattando un argomento che “scientifico” non viene propriamente considerato?

Copertina di scienza di confine (1)

L’espressione “fringe science”, o “scienza di confine”, si fa portavoce di quell’enorme e variegata quantità di teorie pseudo-scientifiche che si distaccano radicalmente dalla scienza tradizionale, e ritenute, in virtù di ciò, più propese al conoscere “fantascientifico”, piuttosto che alla ricerca analitica della realtà. La critica che difatti viene più spesso mossa a dottrine del genere è la mancanza di rigore scientifico, la cui scrupolosità viene così messa da parte a favore dell’intuizione, o del cosiddetto “lampo di genio”. Non a caso, la maggior parte degli scienziati “messi all’indice” sono anche accusati di stregoneria o misticismo, proprio in virtù di questo loro misterioso rapporto con idee “divine”.

“Stregoni”, dunque, che nonostante la frequentazione di facoltà universitarie da tempo affermate, hanno osato distaccarsi dal filone scientifico convenzionale, composto, a loro detta, dalle difficili ipotesi dei vari scienziati che si sono susseguiti nel corso dei secoli. Questa, dunque, la colpa dei “fringe scientists”: aver varcato quel confine che separa la scienza dall’illusione, la realtà dalla falsità. Aver cercato di comprendere il nostro universo a partire non “dalla coda, bensì dalla testa”, come ironicamente disse Pier Luigi Ighina, uno dei tanti scienziati offuscati dal pensiero comune. Si evince, dalla citazione dell’Ighina, l’elemento di fondo che più caratterizza la fringe science, ossia il ribaltamento dei punti di vista e l’opposizione che ne deriva nei confronti di una scienza ufficiale che sembra sempre più rinchiudersi nella sua torre di avorio, proponendo visioni del reale contorte e poco comprensibili alla mente del cittadino comune. L’apertura mentale di questi scienziati consiste infatti proprio nell’individuazione di quest’ultimo punto, e nell’incanalare l’approccio scientifico in funzione di una scienza che condensi in sé anche la religione e la filosofia, e che riesca dunque a restituire all’umanità una visione più unitaria del creato, che includa, non escluda l’individuo. Nel corso dei suoi studi, questa particolare realtà scientifica, è riuscita in poco tempo ad ottenere dei risultati che superano di gran lunga l’odierna tecnologia.

Sono innovazioni, quelle prodotte dalla scienza di confine, che hanno subito un lunghissimo processo di sperimentazione, e che contrastano dunque l’accusa della scienza ufficiale, che si è tuttavia dimostrata pronta nel rimandare la verifica di suddette scoperte, ed attestandone, in virtù di un mancato esame, la relativa infondatezza. Ma perché, quindi, tradire lo spirito scientifico in una maniera così brutale? La scienza dovrebbe infatti dimostrarsi aperta nei confronti di nuove teorie, sperimentarle, poi eventualmente contraddirle o correggerle. Il motivo di una tale comportamento è purtroppo riconducibile all’importanza della scoperta “pseudoscientifica”. Esempio lampante ne è Wilhelm Reich, allievo di Freud, che all’incirca nel 1942 proclamò la scoperta dell’energia orgonica, che a detta dello scienziato austriaco, altro non è che il flusso da cui si origina la vita e che permea l’intero universo. Nelle sue cliniche private, attestò di aver trovato la cura contro il cancro, attraverso uno strumento che chiamò “accumulatore orgonico” (e che dunque immagazzina l’energia precedentemente descritta), realizzabile all’esiguo costo di $100. Numerose sono state le testimonianze di chi si è sottoposto ad un trattamento del genere, e ne è uscito totalmente guarito. Ci si può ora chiedere: non sarebbe dunque bastato fornire ogni clinica americana (se non mondiale) di uno strumento tanto efficace, così da debellare definitivamente questa terribile malattia? Ed ecco che proprio in questo pensiero si cela la chiave per comprendere la reticenza scientifica di cui si parlava poc’anzi: il business farmaceutico sarebbe collassato, ma il fine cui si ispira sarebbe stato tuttavia realizzato. Cosa scegliere dunque? Il denaro o l’adempimento di uno sforzo millenario? La FBI sembra aver optato per la seconda opzione: per mantenere lo status quo del buisness riguardante l’industria farmaceutica, non esitò ad incarcerare Reich per frode, il quale sospettosamente morì poco prima del suo rilascio. Tutta la documentazione prodotta dai suoi studi venne bruciata, ed i suoi macchinari completamente distrutti. Il clamore mediatico che ha suscitato all’epoca questo caso è stato probabilmente il motivo per cui ancora oggi si sente parlare (seppur minimamente) di questa eccezionale esperienza.

E poi c’è Ighina: scienziato che operò per tutta la sua vita presso Imola, dove fece scoperte letteralmente fuori dall’ordinario. Facendo tesoro dell’esperienza di Marconi (di cui fu allievo), egli determinò scientificamente l’esistenza della “Legge del Ritmo” e delle sue ripercussioni di carattere spirituale e materiale. Una realtà suggeritagli direttamente dalle numerose apparizioni di Cristo e della Vergine Maria, di cui si professò grandissimo fedele, e che rivelò all’umanità intera in un periodo di grande scissione etico-esistenziale: in quegli stessi anni venne rilasciata la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki. Ma fu proprio in questo periodo così oscuro che Ighina colse la necessità di ribadire il concetto di scienza e di risanare il rapporto tra uomo e natura. Di qui una delle sue più magnifiche citazioni: “l’Uomo ha bisogno di ristabilire un rapporto corretto con la Natura, solo in questo modo la Vita tornerà a sorriderci”. Se Reich venne pubblicamente accusato, Ighina venne direttamente reputato “idiota”, deriso dalla comunità scientifica italiana e dunque ignorato dalla stampa internazionale. Astutissima fu, dunque, la risoluzione da parte dell’Italia nei confronti di questo caso. Mai si seppe qualcosa sul suo conto se non dopo la sua morte, nel 2003, quando Rai3 mandò in onda una sua intervista (il video è fruibile ora su YouTube). Poi, il silenzio.

Ci sarebbero poi Tesla, Steiner, Todeschini, e numerosi altri individui che si prefissarono di studiare Madre Natura sotto un’ottica moderna, eppur così antica, che li rende simili ai primi fisici-religiosi degli albori della civiltà umana. Essi rappresentano, dopotutto, “l’altra parte” (citando il titolo del famoso libro di Kubin) della società scientifica dei nostri tempi, ma anche, entro certi termini, l’altra parte di ognuno noi. Ci definiamo, nella quotidianità dei nostri rapporti sociali, individui appartenenti ad una certa struttura ideologica-culturale, che ci fortifica, ma che allo stesso tempo, limita fortemente la nostra capacità umana di “spaziare”. E’ curioso notare come in certi momenti della nostra vita, la nostra mente evada da suddetti limiti culturali, viaggiando su binari diversi, magari della fantasia, ma che sembrano tuttavia condurci all’univoca attestazione secondo cui “la realtà non è come ci appare”. Ecco, se in noi questa “certezza” sussiste solo a livello mentale, negli scienziati della fringe science essa diventa stile e dottrina di vita.

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