EIN STILLER STURM (Impeto Silenzioso)

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A grandi linee la teoria dei frattali  espone il concetto che le forme non cambiano man mano che il punto di vista scruta micro o macroscopicamente.  Prendete un broccolo romanesco e una lente d’ingrandimento. Studiando la sua infiorescenza, ovvero quella parte che solitamente mangereste (non che dopo non la possiate mangiare), vi accorgerete che la forma delle minuscole increspature che sorgono come chiodi è quasi identica a quella del broccolo nella sua interezza. Così come con altri innumerevoli fenomeni naturali a spirale o meno ciò accade anche per le conformazioni del terreno montagnoso, pianeggiante o nelle sue depressioni. Applicando tale maniera di guardare la realtà come un susseguirsi delle stesse forme su varie e variegate scale dimensionali (ma anche concettuali) alle cose di tutti i giorni si aprono continuamente nuovi mondi.

Di una città esistono e si possono osservare due aspetti. Da una parte c’è quello materiale nel senso proprio del termine: strade, palazzi e tutto ciò che è nel perimetro cittadino. Dall’altra vi è quello relativo, il suo spirito si potrebbe osare, ovvero l’umanità che anima e modifica il suo aspetto materiale. Grigio cemento e multiformi relazioni.

La città, in quanto sintesi di ambedue gli aspetti che solo in narrativa potrebbero scindersi, è un essere vivente e gli esseri umani sono le sue cellule. Le istituzioni sono il suo sistema nervoso. Le persone sono il suo spirito, le architetture il corpo che lo ospita. Lo skyline è in mutazione incessante, cresce e ciò avviene grazie alla formazione di nuove vite umane ed alla scomparsa delle cellule morte (defunti o emigranti).

Ciò che più ha importanza di una città quando non la si vive è il suo fiato. Per fiato intendo la sua atmosfera, il modo con il quale i suoi abitanti si rivolgono ad essa in entrambi i suoi aspetti. Ci sono città frenetiche, ansimanti e ci sono luoghi in meditazione nella loro interezza dove il tempo si dilata ed il respiro cittadino è lento e ponderato. Berlino risponde ai requisiti di entrambe le tipologie.

La capitale tedesca è in continua ed irrequieta evoluzione che scaturisce dall’affannoso soffio del comune senso di colpa. Ma oltre la parentesi dell’olocausto va sottolineato che lo spirito germanico ha da sempre nel sangue una certa malinconia, è il lascito del terreno spoglio ed inviolato da uomo alcuno, il freddo geografico. Il respiro gotico e contemplativo del medioevo ha eseguito un singhiozzo in Lutero, si è trasformato in tempesta durante il furore romantico, ha amaramente raggiunto il suo apice nel nazismo ed ora è tornato ad uno stato di quiete, se nel duemilaquindici di quiete si può ancora parlare.

Il pentimento è espresso da un razionalismo architettonico non ancora del tutto soppiantato anzi, Berlino sembra tendere al rettangolare. Pare quasi un ritorno kantiano , come se la razionalità illuminista sia l’unica via che porti ad una presa di coscienza collettiva per andare avanti assieme con il bagaglio storico che va trascinato. I rimasugli sono i blocchi di dura pietra che costituiscono il Memoriale dell’Olocausto, pesanti e irregolari.

Al contrario di un suo simile, il Giardino dell’Esilio nel Museo Ebraico, all’interno del Memoriale  è facile perdersi.

In verità non lo sarebbe, i percorsi al suo interno sono dritti: uno potrebbe entrarci, andare avanti ed uscire immediatamente. Di sicuro qualcuno lo fa. Tuttavia sto descrivendo la città da turista, è il mio primo breve soggiorno a Berlino. Entrando per la prima volta nel Memoriale c’è quasi la necessità di perdersi, a meno che tu non parta con l’intenzione di evitare la memoria o distratto da futili facezie. Se hai insomma l’intenzione di trarne l’emozione che offre il Memoriale ti risucchia e non puoi fare a meno di svoltare a destra e sinistra confuso e affascinato dall’irregolarità dei blocchi. La cosa bella è che ognuno ha il suo percorso all’interno di esso ma allo stesso tempo tutti i percorsi sono identici. Sperduto fra i mattoni grigi l’impressione era quella di essere caduto (effettivamente sprofondato) in un vizio o meglio, in un circolo vizioso. L’uscita è sempre sotto gli occhi ma per quanto tu li conosca diversi e ripetitivi non puoi fare a meno di ripercorrere un’unica strada, con un singolo punto cardinale, fatta dall’ansia di svoltare senza l’intento del cambiamento.

I primi blocchi servono da introduzione, sono lì per dire che questa opera d’arte non è felice. Paiono tombe. Siamo ancora però nella piazza d’una città perché essa è visibile e s’interpone col suo aspetto e i suoi rumori fra i due materiali che compongono questa scultura: il cemento e il cielo.

Man mano che ci si addentra Berlino scompare, la realtà scompare e, personalmente, confesso di aver marciato come uno che ha appena ucciso Dio là dentro, come un nazista. Privo di emozioni eccetto il furore bellico che anche nella più dignitosa serietà si svincola dal corpo attraverso gli occhi pazzoidi.

Ciò nel momento in cui i massi rettangolari sono ad altezza uomo. Palazzo sembianti difatti la sensazione è quella di essere un gigante, uno  Übermensch, che cammina sulla strada incontrastato da alcuno, onnipotente in una città fantasma.

Più ci si addentra però e più i “palazzi” si rivelano alti. Dall’essere giganti ci si ritrova minuscoli e sopraffati da quei petrosi massi cresciuti anche per quanto riguarda l’irregolarità. Oltre la potenza male interpretata dai deboli viene il senso di colpa e questo sintetizza il nazista nell’ebreo. Chiunque sia condotto da una guida ad ammirare i monumenti della città ricongiunta dalla distruzione d’un separé politico si renderà conto che spesso l’intenzione  è quella di farlo divenire canale per la compassione nel giudeo. Il turista viene fatto concentrare sulle malvagità subite dalle vittime della storia. Nella ripetizione meccanica di quest’atto non vi è più memoria ma la routine che trasforma la memoria in teatro, il teatro d’una infamia tanto additata da essere irripetibile. Al centro del Memoriale dell’Olocausto c’è tutta la piccolezza dell’ebreo dalla volontà reattiva, tornato ancora schiavo mentre i veri deboli per spirito di vendetta contro un nessuno che è qualcuno nel capro espiatorio giudaico hanno preso il potere e si sentono giganti in terra. Quindi è più simpatico rimanere a metà strada, all’altezza dei blocchi, nella parte del forzuto e del dominatore ma mentre ti dirigi avanti, verso Berlino e la realtà non si tratta più della medesima sensazione.

Nei panni germanici dopo l’esperienza giudea dell’olocausto rimane solo pentimento, eterna negazione. Forse perché in seguito al delirio nazionale i tedeschi si sono resi conto di ciò che realmente è avvenuto. Erano loro, i nazisti, i nuovi giudei. Dal risentimento generale del principio del secolo ventesimo giunse l’ennesimo ritorno del nichilismo in altra forma. Nietzsche, la bandiera filosofica che i profani nazisti facevano sventolare vedeva nell’ebraismo ciò che indica il colpevole e nel cristianesimo l’autocoscienza della colpevolezza. Il risentimento della religione del trino ha portato il tedesco a divenire ebreo. Hanno colpevolizzato i monoteisti originali in quanto popolo autoeletto da Marte convinti, i più coscienziosi, di andare ad estirpare le radici del male contemporaneo: la compassione cristiana. In tale maniera hanno tuttavia ripetuto la stessa scena a distanza di anni, cambiando le parti.

Sono fuori dal Memoriale nei dieci minuti che ci hanno concesso. Torna il caos urbano, frenetico ma non troppo, e diviso che ogni memoria è a breve termine, specialmente quando legata al dovere ed alle scuse. Sta ai libri di storia immagazzinare i ricordi, all’arte i sentimenti d’una città.

Berlino ha versato sangue. Sangue ora secco ed esposto raggrumato nel cemento della memoria. Io, come virus, abbandono il suo corpo sereno, silente e riflessivo e torno a Latina: città dall’architettura razionalista poco proiettata nel futuro perché priva di sensi di colpa da contenere. Incoscientemente priva ma glielo si può perdonare: è giovane, stupida e figlia di ideali poco valorosi che sono subito morti. Eppure la chiamo casa.

(Trovassi la via per l’immortalità questa cellula evolverebbe in cancro.)

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