La bambina che salvava i libri

il

di Francesca Ludovici

la bambina che salvava i libri

Una bambina, figlia di una comunista. Un ragazzo ebreo. Una cantina. Una fisarmonica. Un papà adottivo con l’animo e la dolcezza di un bambino. Una mamma che è molto più fragile di quello che sembra in apparenza. Un bambino con i capelli color limone e il sogno di essere Jesse Owens. Eccoli qui, gli ingredienti per una buona storia.

Storia di una ladra di libri”, di Markus Zusak, ha commosso il mondo intero narrando di una Germania nazista dove la differenza tra buoni e cattivi non esiste. Spesso, specialmente in questa settimana, quella del giorno della Memoria, ci chiediamo cosa ne sapessero i tedeschi di tutto quello che stava accadendo intorno a loro. Ne erano complici, con il loro silenzio? Approvavano? Non possiamo saperlo. Ma una cosa è certa: giudicare i tedeschi come mostri è sbagliato. Erano persone normali, come noi, e nelle situazioni di difficoltà hanno tutti reagito in maniera diversa. Molto spesso anche loro sono stati vittime del nazismo. Ѐ questo concetto che vuole mostrarci Zusak, raccontando i difficili anni della Seconda Guerra Mondiale dal punto di vista di una famiglia tedesca, gli Hubermann.

Pochi sanno che il titolo originale in italiano di questo libro è in realtà “La bambina che salvava i libri”. Forse un errore editoriale, ma io lo trovo molto più appropriato. Non possiamo definire Liesel una ladra, anzi, come spesso dice, lei i libri li “prende in prestito”. Ma facendo questo lei li salva: dalla neve dove era caduto il suo primo libro, dal rogo che i nazisti avevano appiccato per eliminare tante pagine di cultura che avrebbero potuto scuotere le coscienze. E così, anche se all’inizio non sa leggere, Liesel riesce ad imparare grazie al suo buon papà Hans, e scopre di amare i libri.

La storia di Liesel si intreccia con quella di Max, un ragazzo ebreo che trova rifugio a casa degli Hubermann. L’incontro con Max apre ancora di più la mente di Liesel, che impara il valore delle piccole cose e l’importanza delle parole. Diventa una “scuotitrice di parole”. E quando il ragazzo le dice di scrivere lei lo fa. Scrive di suo padre, che ha cercato di aiutare un ebreo e per questo è stato mandato in guerra. Scrive di sua madre, Rosa, che nel dolore mostra tutta la sua fragilità. Scrive di Rudy, il suo migliore amico, che le chiede con insistenza un bacio ed è sempre accanto a lei. Scrive dello stesso Max, che se n’è dovuto andare via per non causare problemi agli Hubermann. Scrive della parata di ebrei diretti al campo di concentramento, scrive del suo terrore di vedere lì in mezzo Max. E alla fine è proprio lo scrivere che la salva, in una cantina ritenuta non abbastanza profonda per resistere ai bombardamenti degli Alleati. Per restituirla a un mondo pieno di dolore, dove non capisci che valore abbia l’essere sopravvissuti.

Non si può non piangere leggendo questo libro. Basta solo pensare a quante situazioni come questa o anche peggiori sono realmente esistite. Basta solo pensare che milioni di persone hanno provato il dolore di essere sopravvissuti scoprendo che i loro cari non ce l’hanno fatta. Non si può non piangere. Come dice Rudy, lui è un bambino, e vuole ancora crescere prima di morire. Quanti bambini come lui sono morti? Markus Zusak ha deciso di dare a questo suo racconto un narratore particolare: la morte. La morte che prova commozione di fronte alle anime che deve portare via. Raccoglie le loro storie, e ci testimonia come la Seconda Guerra Mondiale sia stata una follia, una corsa verso la morte stessa. Consiglio a tutti di leggere il libro, perché in esso ci sono molti particolari importanti e spesso commoventi che, per ragioni di tempo, non sono riportati nel film. Vi auguro di diventare anche voi “scuotitori di parole”, come Liesel.

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