La rabbia e l’orgoglio – parte seconda

di Alessandro Raponi

La rabbia e l'orgoglio- parte seconda

Nella società occidentale dovrebbe essere chiaro un insegnamento che ci proviene da oltre duemila anni: nessun essere umano è titolare di un sapere assoluto. Socrate ci ha insegnato questo quando a qualcuno riferì “il sapiente è soltanto chi sa di non sapere”. Uno stimolo ad indagare, a cercare, a riflettere, a mettersi in discussione. Ciò che cercava di fare il settimanale “Charlie Hebdo” era puramente socratico, il loro attacco a tutti i poteri forti (Politica, Chiesa, Islam) senza distinzione li aveva resi odiosi, pericolosi. L’unica
arma per ribadire il proprio sapere Assoluto è stata ucciderli. Uccidere vuol dire compiere un atto irrevocabile, un atto assoluto e siccome nessun uomo detiene questo Assoluto è impensabile che l’atto dei terroristi trovi qualsiasi fondatezza nella ragione. Non hanno osato mettersi in discussione. Quel che l’Occidente ha trascurato di considerare negli ultimi anni è stata la protezione del proprio pensiero, della propria identità culturale. Ha lasciato correre sul filo del politacally correct qualsiasi cosa, in nome dell’integrazione. E l’integrazione c’è stata, eccome se non c’è stata! E’ sufficiente recarsi a Londra in un qualsiasi periodo dell’anno: arabi, indiani, africani che viaggiano tranquillamente sulla Circle Line con giacca, pantalone e cravatta abbinata. Nei fast food sono loro a servirti; su un treno da Gatwick a Londra una volta il biglietto mi fu controllato da una donna di colore. Perché la loro integrazione è stata possibile, hanno stabilito un connubio fra la loro civiltà e quella del paese di arrivo. Ma quanto è stata utile la tolleranza in nome della sacra integrazione, se parecchi attivisti dell’Isis erano (sono) cittadini inglesi? David Cameron si definì sconcertato quando si scoprì che l’accento di uno dei boia dell’Isis era britannico.
Secondo un’agenzia di stampa francese, i due assassini che armati di kalashnikov hanno aperto il fuoco al centro di Parigi erano due franco-algerini Chérif e Said Kouachi. Anche loro cittadini francesi, cresciuti nella nostra cultura… eppure ieri hanno sputato addosso a ciò che di più sacro non si può avere, qualcosa che non abbiamo ancora deciso di proteggere: la libertà. In nome di Allah, gridavano. Ieri è successo in un giornale, ma poteva benissimo capitare all’interno del mercato di Portobello, ai magazzini La Fayette, oppure dentro un pullman a Friedrichstrasse. Ovunque la mia libertà è minacciata, non solo se viene raso al suolo un giornale. E’ in pericolo ugualmente se non posso prendere la metropolitana per paura di saltare in aria.
Una matita è divenuto il simbolo di questo NO gigantesco che si leva dalla Francia e da tutto l’Occidente (non da chi sfrutta l’occasione per lanciare insulti xenofobi). La libertà non si tocca, non si macchia col sangue. La libertà di ogni cittadino europeo è un principio inviolabile, espresso nell’articolo 6 della “Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea”: ogni persona ha diritto alla libertà e alla sicurezza. Contemporaneamente, e ciò calza alla fattispecie di ieri, all’articolo 11 della suddetta carta viene sancito il diritto inviolabile alla libertà di espressione, di opinione, di comunicare informazioni senza ingerenze dalle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera. Questo vuol dire che se un soggetto desidera disegnare una vignetta con la regina Elisabetta imbronciata
può farlo. Se qualcuno si riterrà offeso potrà sporgere denuncia e lasciar valutare ad un giudice. Ma in nessun caso tale principio permette a qualunque cittadino europeo e non (perché quei tre di ieri sono cittadini francesi sicché cittadini europei) di uccidere un’altra persona per via di ciò che pensa, per via della sua ironia dissacrante su un argomento.
Forse ci siamo dimenticati di tali principi, che sono la punta di un sostrato di secoli di lotte, di concetti ed idee per rendere migliore quello che avevamo e che ancora non abbiamo migliorato, ma almeno lo abbiamo messo nero su bianco. E’ garantito da qualche parte. Ci siamo spesso messi in discussione. Perché dovremmo permettere che capiti un’altra volta? Il politically correct ha dato peso alle sensazioni che c’erano in giro: forse-è-meglio-fare-così , sento-che-sia-corretto-agire-così. Fin dall’11 settembre si è dato peso a sensazioni gironzolanti, piuttosto che ai concetti e alle idee alla base della nostra civiltà. Quello di ieri a Parigi non ha niente a che vedere con l’integrazione, perché l’integrazione lì c’è stata, sicuramente più che da noi in Italia. Il fanatismo religioso ci ha dichiarato guerra e quindi con la rabbia e con l’orgoglio forse sarebbe il caso di ridefinire un principio di libertà, per tutti: chi non è d’accordo con i principi di questa società impura, può tranquillamente fare la valigia e tornarsene da dove è venuto.

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