VIATICUS

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di Valentina Gugliotta

Almeno una volta nella vita tutti abbiamo vagabondato per altri stati, città o semplicemente per quei paesini in zona, con la scuola o con la famiglia, per divertimento o per studio. Ma sappiamo esattamente cosa abbiamo fatto? Che cosa significa viaggiare?

Il termine “viaggio” deriva dal latino “viaticus”, che indica l’occorrente per mettersi in viaggio, quindi, seguendo l’etimologia del termine, il viaggio appare come una necessità, ma non sempre nella storia ha avuto questo significato; a maggior ragione se lo volessimo confrontare con quello che intendiamo noi oggi, con l’odierno turista per intenderci, ne otterremmo un’altra sfumatura.

Molte volte esso è stato visto come un viaggio della speranza, o della disperazione secondo i punti di vista. Altre volte invece si sono intraprese per il desiderio di conoscere e di avventurarsi in nuove realtà diverse dalla propria. Esso esiste da sempre, è nel DNA dell’uomo, e nella storia vi sono tantissime figure di gloriosi viaggiatori, per esempio quello per eccellenza della letteratura classica è sicuramente Ulisse, il quale affronta il viaggio non per una volontà divina ma per il desiderio di conoscere. Nell’Odissea, opera che risale al X-XI secolo a.C., Omero ci descrive il vagabondare di questo eroe, in seguito alla vittoria dei Greci nella battaglia di Troia. Prima di poter ritrovare la moglie Penelope, dovrà navigare per dieci anni per il volere degli Dei. Una volta in patria però nasce in lui un nuovo sentimento, quello della conoscenza, che lo porterà ad andare contro il fato e oltrepassare le Colonne d’Ercole, l’odierno stretto di Gibilterra. L’opporsi alla volontà degli dei significa per Ulisse una morte certa e, infatti, egli morirà poco dopo a causa del suo desiderio di libertà e della sua voglia di conoscere.

Ben diversa è la situazione di Enea, figlio di Anchise e Venere e progenitore di Romolo e quindi dell’intera stirpe romana. Nell’Eneide, scritta nel I sec a.C., di cui è protagonista, Virgilio lo descrive come un eroe rispettoso della volontà divina e proprio per volere di questa egli intraprende il suo viaggio, durato sette anni, che lo condurrà alla futura Roma, dove dovrà affrontare Turno per la mano di Lavinia con la quale avrà i famosi gemelli.

Oggi, come figura si potrebbe prendere quella di un immigrato proveniente da paesi in via di sviluppo, che affronta un viaggio di fortuna con innumerevoli peripezie (che a volte lo portano perfino alla morte), per scappare da una guerra a causa della quale, in molti casi, ha dovuto lasciare anche i propri cari.

I costi di questo viaggio sono elevatissimi e senza nessuna assicurazione, né per la propria persona né per altro, dove ci s’imbarca in troppi su imbarcazioni da pochi. In questo caso il viaggiatore è quasi del tutto obbligato a lasciare il proprio paese, a “viaggiare”, se cosi vogliamo definire il tutto.

Il viaggio può essere sì visto e vissuto come un esperienza di svago e di conoscenza di culture diverse dalle nostre, ma anche come viaggio di speranza, di fortuna, dove molto spesso è una necessità, un bisogno che si rivela a volte  poco piacevole e spesso non voluto. Nonostante ciò si può sostenere che chi viaggia sia di mentalità più aperta, di vedute più ampie, di chi conduce una vita sedentaria, in tutti i sensi.

 

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