La caduta degli dèi

“Posso accettare di fallire, chiunque fallisce in qualcosa. Ma io non posso accettare di non tentare”(M.Jordan)

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Ci sono due categorie di sportivi: quelli che giocano per vivere e quelli che vivono per giocare. Michael Jordan, leggendario cestista NBA che ha legato le sue fortune ai successi dei Chicago Bulls, appartiene, alla seconda.
Da Kobe Bryant a Roger Federer, da Valentino Rossi a Manny Pacquiao, milioni di appassionati sono rimasti incollati ai teleschermi negli ultimi 15 anni per seguire le prestazioni di questi campioni, gente capace di infiammare le platee con giocate d’altri tempi e numeri d’alta scuola sulla falsariga, fatte le dovute distinzioni, di MJ.
Ora, vivono la loro fase di declino.
Soppiantate da colleghi più giovani e famosi, queste star stanno progressivamente abdicando. Ne è prova l’anno 2014, che ha visto il trionfo e l’affermazione delle nuove generazioni di fenomeni. Novak Djokovic, LeBron James, Marc Marquez e Floyd Mayweather sono solo i nomi più altisonanti.
I fattori che tendono a sottolineare questa fase calante sono legati principalmente all’età: praticamente impossibile per un tennista come Federer correre avanti e indietro per il campo ogni due giorni lungo tutta la durata dell’anno in interminabili maratone contro avversari che potrebbero quasi essere suoi figli. Questo discorso vale anche per altri: Kobe Bryant, guardia storica dei Los Angeles Lakers che ha fatto della sua solidità mentale la sua arma vincente, ha ormai ceduto il passo al nuovo prototipo del cestista a tutto tondo, fisico esplosivo e tecnica affinata insieme in un connubio di successo nella pallacanestro del nuovo millennio.

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Quale la reazione di questi campioni di fronte al nuovo che avanza? C’è chi è capace di mettersi nuovamente in gioco, rivoluzionando le proprie credenze: è il caso del tennista elvetico, il massimo interprete del suo sport, che ha cambiato racchetta, allenatore, stile di gioco in risposta alle critiche e ai cambiamenti degli ultimi anni. Non è un segreto che dietro ai successi di Federer, vedi la recente vittoria in Coppa Davis in coppia con Stan Wawrinka, ci sia un lavoro maniacale sui dettagli, dedizione e un allenamento costante. Il resto lo fa il talento, ciò che veramente distingue il “marziano” FedEx dai suoi avversari.

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Diversa è la situazione di Valentino Rossi. Dopo la vittoria del nono titolo, la “gallina vecchia” ha dimostrato di saper continuare a fare “buon brodo”, in barba ai suoi più feroci detrattori. L’annata 2014 lo ha visto arrivare secondo nella corsa al titolo dietro all’inarrivabile Marquez; il Dottore è ancora capace di salire sul podio e mandare in visibilio gli spettatori della MotoGp. La Yamaha, come risultato, ha deciso di puntare ancora su di lui per le due prossime stagioni: un attestato di stima che fa ben sperare in vista del 2015, anno dell’assalto decisivo al decimo titolo da parte del fenomeno di Tavullia.

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Quanto a Kobe Bryant, i problemi sono molti e di varia natura. In primis, il fisico: KB24 è alle soglie delle 37 primavere e ha rinnovato il suo contratto fino all’estate 2016. Inoltre arriverà a guadagnare la bellezza di 48,5 milioni di dollari, lo stipendio più alto del panorama cestistico d’oltreoceano. Risulta facile comprendere come, rifirmando il Black Mamba a queste cifre, il gm della città degli angeli Mitch Kupchak non abbia potuto allestire un roster competitivo. Lo starting five è uno dei più deboli e più poveri di talento dell’intera lega(front-court formato da Hill e Boozer) e il record vittorie-sconfitte colloca tristemente i gialloviola nei bassifondi della Western Conference, dipingendo amarezza sui volti dei presenti allo Staples Center.

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Dal parquet al ring, non cambia la storia. Il pugile professionista Manny Pacquiao, dopo aver strabiliato in quasi tutte le categorie di peso esistenti, ha recentemente vissuto un periodo difficile in cui per la prima volta è stato sconfitto per due volte consecutive. Le voci di un possibile match con l’altra star della boxe,  lo statunitense Mayweather, con un prize money di circa un centinaio di milioni di dollari in palio, alimenteranno senza dubbio la voglia di riscatto dello sportivo filippino più celebre del pianeta, sebbene abbia toccato l’apice della propria carriera più di qualche anno fa.
Inesorabile declino, ultimi colpi di coda o seconda giovinezza? La discesa di un campione assume i crismi del canto del cigno che non vuole mollare e rimane aggrappato alla sua esistenza pur consapevole del proprio fatale destino: il singolo tracollo fa più rumore del trionfo sottaciuto. Gli atleti vanno e vengono, i nomi rimangono, impressi con la calce nella memoria come versi di una poesia. A noi il dovere di applaudire questi signori dello sport fino al ritiro, fino all’ultima oncia di sudore versato, all’ultima stilla di energia profusa nell’intento di tramandare ai posteri ciò che oggi è realtà e domani diventerà leggenda.

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