Costruirono dov’erano gli orti di Formia

di Alessandro Raponi. Fotografie di Beatrice Bianchi.

INIZIOCicerone non era di certo un avventato, lo sappiamo tutti. Per la sua villa scelse una lingua di terra fra mare e montagna, che vista da una piccola altura fuori Formia sembra davvero un paradiso terrestre. Nelle giornate più chiare si riesce anche a scorgere, oltre al Vesuvio, l’isola d’Ischia, anche Capri e Capo Miseno, al di là della costa di Mondragone.

La camorra qui non c’è, non è possibile: è facile negarlo innanzi a tanta bellezza, ma anche l’Eden nascondeva l’inganno del serpente. Il vecchio sindaco nel suo barbaro italiano diceva che questa era una terra pulita, non molto tempo fa, però, esponenti di clan rivale si picchiarono davanti ad un bar, nei pressi della Caserma dei Carabinieri.

Tutto sembra assopito in una tiepida indifferenza di provincia: la strada lungo il mare, il centro abitato, la stazione con la gente che scende e sale; una parvenza di astratta normalità da città del Gattopardo. A definirla così è Annibale Mansillo, responsabile di Libera in questa zona del sud pontino. Lo abbiamo incontrato alla stazione di Formia, ci ha preso e portato a fare una passeggiata nei luoghi puzzolenti di camorra.

Bella città, davvero, ma pericolosa: non perché abbia avuto paura di essere in un far west, sia chiaro, anzi. Dico pericolosa perché in essa sembra dormire un serpente pronto a mordere in un qualsiasi momento, deciso a spuntar fuori e ad avvelenare anime e terra. Non v’è mai stata una linea chiara pronta a dar la caccia a questo serpente, Formia è una città voltagabbana (come Cicerone del resto): ha sempre avuto l’abilità di adattarsi a ciò che dall’alto arrivava. Durante le guerre latine, non ebbe scrupoli di sorta a lasciar passare l’esercito romano in cerca di vittorie, ottenendo in cambio la “civitas sine suffragio”.

Quando i Borbone, prima di abbandonare il regno e chiudersi nelle mura della fedelissima Gaeta, furono costretti ad andarsene dall’Italia meridionale, Formia, dopo aver ospitato il quartier generale dei Piemontesi nell’ex dimora reale di vialla Caposele, seppe adeguarsi perfettamente al governo sabaudo. Molti dipartimenti statali, per dispetto alla famosa città confinante, furono trasferiti proprio in questa città. La borghesia commerciale presente nel territorio aderì molto presto al Regno d’Italia: Formia, posta a cavallo della Via Appia, basava la sua economia sui commerci e i traffici di merce.

Con l’avvento di Benito Mussolini, Formia – a differenza di Itri che pure vantava di aver partecipato, con una sua squadra, la “Fra Diavolo”, alla marcia su Roma – si tramutò in una vera e propria città del Duce. Molte personalità del territorio si misero in luce e fecero carriera col fascismo, primo fra tutti il ministro alla pubblica istruzione, Pietro Fedele, nato a Minturno ma molto presente a Formia. Non era una città morta. Fu la prima città della provincia ad avere il corso completo del Liceo Classico, ottenuto nel 1927, attraverso una raccolta spontanea di denaro tra tutti i ceti della popolazione che volevano assicurare ai propri figli un’istruzione adeguata senza mandarli fuori provincia; ma fu anche una città dove i dissidenti del regime soggiornarono o transitarono prima del confino nelle isole pontine: Gramsci fu imprigionato nella clinica Cusumano, come il generale Capello, massone, accusato di aver ordito una congiura contro Mussolini.

Da città borbonica, a città sabauda, a città fascista e immancabilmente città democristiana, senza alcuna remora. Con la presenza abituale dei membri della casa regnante, re e regina compresi, che si trattenevano a villa Guja, residenza della principessa Iolanda, oggi albergo Miramare, Formia, al referendum istituzionale, votò a larga maggioranza per la monarchia, ma ciò non le impedì di diventare un feudo democristiano, con poche concessioni ad alleanze di governo con partiti satelliti, e, solo più tardi, a compagini edulcorate un pò più a sinistra. Di questa predisposizione fece tesoro l’on.le Pierdferdinando Casini che, dopo tangentopoli, coltivò questa riserva di voti scegliendola come sede ideale per il congresso nazionale del partito per ben due volte consecutive, quando gli uomini diccì, in tutta Italia, erano diventati una razza in via d’estinzione.

La camorra arrivò a Formia negli anni ’80. I giudici napoletani inviarono camorristi al domicilio coatto proprio in queste zone. Perché a 90 km da casa, a così poca distanza dalla Campania? Oltre al clima mite, l’economia dela città era allettante e da qui i vari traffici erano facilmente controllabili; questo i camorristi lo compresero immediatamente. Con le guerre di camorra, in quegli anni, famiglie di un certo peso, in fuga dalla mattanza tra i clan, si stanziarono nel territorio pontino, dove vivevano con più tranquillità e dove, grazie all’ingenuità della classe politica e all’ambiguità dell’economia locale, prosperavano nell’edilizia e nel commercio.

Antonio Bardellino, in guerra con la NCO (nuova camorra organizzata) e, poi, dopo la lotta intestina al clan dei Casalesi, vi trovò il buen retiro e mise i tentacoli su Latina…

Alessandro Raponi: Nessuno li ha fermati, però, Bardellino e i suoi…

Annibale Mansillo: Glielo hanno permesso perché ci si adegua a tutto qui, siamo la città del Gattopardo. Qui non si compiono omicidi: non c’è nulla di eclatante. Il problema è l’indifferenza generale ed una componente di omertà. Al centro di Formia, fra tanti commercianti onesti, abbiamo dei negozi, per lo più di abbigliamento, dove non entra mai nessuno; come si facciano a mantenere in vita queste attività, a pagare l’affitto e lo stipendio delle commesse è un mistero che dovremmo andare a chiedere a questi maghi del commercio. Ad una cert’ora della sera, dopo una giornata intera in cui non è entrato nessuno, si comincia a sentire il ticchettio degli scontrini battuti alle casse ed il denaro. E’ un modo come un altro per lavare il denaro e far sentire l’odore del pulito.

Arriviamo nei pressi del promontorio di Gianola. Questo è il Seven Up?

Sì, è questo il Seven Up. Una discoteca molto famosa a fine anni ’70. Dalle inchieste e dagli atti processualiSEVEN UP 1 apprendiamo che è stato uno dei primi investimenti della camorra tramite Aldo Ferrucci, imprenditore nell’edilizia, prestanome e poi collaboratore di giustizia, che faceva da intermediario per Antonio Bardellino (quello che aveva fondato la nuova famiglia e dopo la guerra intestina ai Casalesi, si era ritirato con i suoi qui a Formia per finire in Brasile, dove fu ammazzato da un certo Iovine al quale Bardellino aveva fatto uccidere il fratello). Che la camorra non fosse estranea al locale, lo dimostrano anche le ricerche del corpo di Antonio Bardellino effettuate nei pressi, secondo un’informativa raccolta dalla DIA di Napoli.

Il Seven Up era un locale di rinomanza nazionale, con sale disposte su più piani, capaci di ospitare diecimila persone, al suono della musica lanciata da dj molto in voga. Fu sede di una delle finali di Miss Italia ed ospitò anche una finale di boxe a livello internazionale. Cadde in disgrazia perché, durante una festa, il lancio di fuochi d’artificio causarono un incendio all’interno del locale e vi morirono due ragazzi.

Tutto ciò quando avvenne?

Parliamo del 1986. Questa fu la causa della chiusura del locale, ma i problemi erano altri. Il Seven Up aveva ricevuto, in cinque anni, 5 miliardi di lire (degli anni anni ’80) dalla Banca del Golfo. Erano prestiti senza garanzie e, quando la banca ebbe necessità di far rientrare questi prestiti, la società indebitata non aveva nulla per saldare il debito e, comunque, gli uomini del clan si trovavavano in una posizione tale da imporre la loro volontà.

Perché gli è stato dato il prestito senza copertura?

Perché se vengo da te e con la forza ti ordino di darmi una sigaretta o minaccio di spaccarti la testa, tu la sigaretta me la darai… oppure hai interesse a darmela perchè sei colluso con me e sai che ci guadagnerai.

Questo locale divenne l’immagine di Formia; eppure, dopo la chiusura, rimase completamente inutilizzato, in balia degli eventi. La struttura è stata acquistata dal Comune di Formia a fine anni novanta. In occasione delle amministrative del 2008, un progetto del Pd mirava a realizzarvi un centro congressi, mentre l’amministrazione vincitrice, di centrodestra, guidata dal senatore Michele Forte, ottenne dei finanziamenti per creare un centro di recupero dalle alcool dipendenze: con tante emergenze che c’erano e ci sono a Formia, questa non era la principale, ma tant’è. La passata amministrazione, c’è da dire, aveva collegamenti con la Regione attraverso l’assessore ai servizi sociali Aldo Forte, figlio del sindaco Michele Forte. Effettivamente, in questo e in altri casi, sono fondi messi a disposizione della città che, attraverso vari appalti, sono arrivati qui a Formia grazie a questi collegamenti. Anche l’amministrazione attuale, a guida PD, vantava in campagna elettorale di poter costituire una filiera diretta col presidente della regione Lazio, Zingaretti, in modo da poter risolvere i problemi in maniera più immediata, anche attraverso l’erogazione di finanziamenti che potessero giungere nella stessa maniera. Cambia il colore politico, ma la mentalità è quella.

I soldi che hanno dato per la struttura dove sono morti?

SEVEN UP 2Non sono arrivati i soldi, è un progetto andato nel dimenticatoio….

In città non abbiamo fatti eclatanti o, almeno, i piccoli casi di delinquenza non fanno notizia… Però a Formia un sacco di ragazzi sono morti e muoiono di droga, ma le notizie non escono sui giornali o lasciano presto il posto alla cronaca spicciola.

Perché non escono?

Fanno più notizia le guerre di mafia, le sparatorie. In realtà nemmeno della scazzottata fra le famiglie dei due clan davanti al bar ha parlato la stampa; è stato riprtato solo sul web e sui notiziari locali in maniera superficiale.

Guardate qui: case disordinate, sorte come funghi… per noi Penitro era periferia lontanissima, mentre noi ora, provenendo dal centro, queste abitazioni le stiamo incontrando in maniera ininterrotta lungo la strada.

Qua una volta era tutto vuoto?

Sì, sì. A Gianola c’erano gli orti degli abitanti di Formia, piccole proprietà di contadini, mentre nella zona di Penitro, allora disabitata, c’erano le cave per l’estrazione delle argille con cui si producevano laterizi di qualità, un’attività rinomata sino al dopoguerra, che riforniva, attraverso i bastimenti, anche la zona del napoletano.

Sulla collina più interna verso Formia, che vedete alle nostre spalle, la passata amministrazione voleva costruirci un cimitero con vista mare, perché giustamente non devono stare bene soltanto i vivi ma anche i morti… Con questo progetto avrebbero cementificato e alterato lo stato dei luoghi a danno di alcune aziende produttrici di olio ed olive, come la famiglia Simeone. In quella zona c’era prima una discarica, una delle varie… Tanto tempo fa le discariche si facevano a riempimento, i rifiuti venivano messi tutti insieme, bruciati, tanto si trovavano in zone disabitate, in mezzo alle montagne, e non ci si preoccupava della salute pubblica. Quella discarica è stata abbandonata e vi sono stati piantati degli alberi. Ma noi cosa ne sappiamo di cosa c’è sotto, o, meglio, cosa accadeva negli anni ’80? Quando Schiavone disse che avevano sotterrato i rifiuti nel territorio pontino, quella era una delle discariche… Eravamo vicinissimi alla Campania. Ci sono intercettazioni telefoniche, durate due anni, all’avvocato Cipriano Chianese che intrattiene relazioni con la fabbrica Indesit (che dopo l’uscita delle intercettazioni se n’è lavata le mani sostenendo di non aver nulla a che fare con la camorra). Che cosa si dicevano al telefono? La Merloni si trova nelle Marche: ciò vale a dire che i rifiuti non arrivavano qui solo dall circondario o dall’Italia meridionale. E non si trattava di briciole: Cipriano Chianese guadagnava 700 milioni al mese con i rifiuti, secondo Schiavone.

ARRIVIAMO SU UN’ALTURA FUORI FORMIA E ANNIBALE CI MOSTRA LE ZONE SOTTOSTANTI, LA DISCARICA DI PENITRO

DISCARICA PENITROL’attività di estrazione dell’argilla provocò degli scavi abbastanza profondi ma soprattutto estesi, come in questo caso, in questa zona che tutti conosciamo come “i tre laghetti”. Il comune di Formia realizzò degli interramenti ed autorizzò lo sversamento, nella zona dei Laghetti, degli inerti provenienti dagli scarti dell’edilizia. I camion arrivavano in discarica, che non è recintata, dove, all’ingresso, si provvedeva alla pesata del carico ma chi doveva controllare non poteva verificare la tipologia di rifiuti che entravano; mescolati insieme ai calcinacci ci potevano essere residui di amianto, rifiuti speciali e pericolosi. Pagavano una tassa ed entravano, non c’era motivo per non farli entrare, anche perchè mancava, in quegli anni, la cognizione dei danni provocati alla salute e all’ambiente.

Noi non sappiamo quello che è stato nascosto nella zona dei Laghetti. Ci si è chiesto, quando c’è stato lo scandalo dei rifiuti dopo le rivelazioni di Schiavone, che cosa ci fosse sotto. A fine anni ’90 la polizia provinciale aveva ispezionato il luogo; il risultato di tale controllo fu un’informativa di reato in cui si diceva che erano stati trovati, semisepolti, due fusti di sostanze non identificate ma anche che, probabilmente, ce n’erano altri nascosti sotto. Un’indagine del genere, normalmente, ci si aspetta che vada avanti da sola ma questa, diversamente, si arenò, forse in procura; del resto, stranamente, nemmeno gli inquirenti se ne interessarono, almeno per chiudere il procedimento.

C’era una società che dirigeva la discarica in quella zona?

La società di gestione era legata a professionisti della zona. Quello che appare, dopo tanti dibattiti e tensioni sul tema, soprattutto sui blog locali, e persino dopo un’ispezione dei deputati grillini in loco, è che non sembra si voglia appurare la realtà dei fatti, ma solo trasformarla in un’occasione di scambio di accuse a livello politico; la responsabilità rimbalza dall’amministrazione attuale, la giunta Bartolomeo, già in carica negli anni novanta e duemila, all’amministrazione, appena trascorsa, di Michele Forte. E’ partita un’inchiesta affidata alla procura di Cassino, ma al momento non abbiamo riscontri.

C’è poco, rispetto a B.go Montello c’è poco. Quello che dispiace, come cittadini di Formia, è il non aver voluto approfondire l’argomento, ma l’averlo spostato sul tavolo della competizione elettorale, del tutti contro tutti ed il problema, invece di risolversi, rimane là.

L’importante è capire quello che c’è là sotto, è diverso da Borgo Montello perché lì si conoscono i pericoli esistenti, a Penitro rimane un’incognita…

Esattamente. La camorra investe negli appalti pubblici, scuole, porti, strade, edifici: in tutti quei casi in cui c’è stato una versamento di cemento chi può assicurarci di ciò che vi è stato nascosto sotto?

Che isola è quella che si vede laggiù?

Ischia. Quella lingua di terra che spunta a sinistra è Mondragone, quando c’è più visibilità si arriva a vedere fino a Capri. Dietro la collina c’è la strada che porta a Cassino ma anche alle varie città in provincia di Caserta. Una zona ben collegata, sia dal punto di vista logistico che da quello criminale…

Com’è nato il vostro impegno qui a Formia?

Tutto è nato da un incontro in parrocchia con una donna magistrato, con un ex poliziotto, Antonio Turri, allora impegnato con Libera, ed una giornalista, Mariasole Galeazzi. Il 4 gennaio 2012, due giorni prima della Befana, la gente o lavorava o giocava a tombola a casa… non credevamo ci sarebbe stata tutta quell’affluenza. La sala si riempì, circa 200 persone, alcune delle quali rimasero all’esterno, sotto una timida pioggia invernale. Tra la folla c’era anche il nipote di un personaggio eccellente di un clan; dall’esterno ci hanno avvisato – io facevo il moderatore – ed il Parroco, a conclusione di quella serata, prese una campana tibetana e la suonò per dire a tutti che quella campana doveva risvegliare le coscienze.

Nacque dopo poche settimane questo presidio di Libera, che ha organizzato sinora tanti eventi ed ha coinvolto persone e luoghi diversi, volta per volta. C’è stata subito una grande partecipazione: il primo anno abbiamo avuto 108 iscritti all’associazione. C’è anche stato qualcuno che si è tirato indietro vedendo che facevamo sul serio… Sono nati poi vari presidi in zona, a Itri e a Gaeta. C’è da dire che i ragazzi qui sono generosissimi: grazie a loro abbiamo attuato diversi interventi ed abbiamo potuto organizzare manifestazioni molto ben riuscite.

Forse è davvero un sinonimo di speranza questa partecipazione dei giovani, una spinta al cambiamento…

E’ questo l’augurio. Abbiamo già due generazioni che si impegnano: la mia è quella dei genitori, e fra questi ci sono coloro che qualcosa hanno realizzato, ma fra i quali la voglia di cambiamento va a diminuire. Per quanto riguarda i ragazzi li vediamo lottare per il loro futuro e quello della città.

Perché a Formia Libera ha funzionato e a Fondi no?

La presenza delle mafie ha caratteristiche diverse fra Fondi e Formia. A Fondi c’è una maggiore difficoltà nell’interagire con la popolazione perché probabilmente il legame fra politica e affari mafiosi è più stretto. Qui a Formia è un po’ diverso: la camorra fa poco rumore perchè per fare affari c’è bisogno di silenzio, si cerca di attirare il meno possibile l’attenzione. Si preferiscono quegli affari, quel tipo di delinquenza che non si senta troppo, come gli investimenti immobiliari. In questo modo tutto diventa più sommesso e più pericoloso al tempo stesso… Si continuano a costruire palazzine non abitate, a costruire sempre di più per lavare il denaro. A Fondi quel connubio tra politica, colletti bianchi ed investimenti sospetti è molto forte. Non per niente, il commissariamento del Comune è rimasto lettera morta.

Sembra proprio che al Governo abbiano paura, si sono arresi così senza fare nulla…

Solo al Governo hanno paura? Guardati intorno: edilizia inutile. Hanno acquistato questo terreno per costruire un palazzo… per molto tempo ci sono stati i negozi per gli investimenti sotto i Bardellino, come ha riferito Schiavone. Michele Forte in conferenza stampa ha detto: “Io che potevo fare? Non riusciamo ora a cacciare quelli che vengono da Tripoli – cito le testuali parole – come potevamo bloccarli? Anche perché a loro carico non c’erano condanne penali.”

C’è stata mancanza di coraggio!

Da un lato sì, ma dall’altro ha detto anche cose vere. C’è stata l’impotenza a fronteggiare il problema “infiltrazione”. Sicuramente la politica ha le sue responsabilità, ma la camorra ha l’abilità di alterare l’intero sistema, per esempio, attraverso i “colletti bianchi”, professionisti locali che si mettono a disposizione per indirizzare gli investimenti..…

Guarda questo grattacielo a sinistra (grattacielo Europa, ndr): gli attici erano della camorra – uno è ancora abitato dalla vedova del clan Moccia – mentre ci sono due o tre appartamenti confiscati. Lo Stato provvede all’utilizzo sociale di questi beni; in questo caso, erano stati destinati alla Polizia che non li ha mai utilizzati… La nuova amministrazione si è impegnata, anche su nostra proposta (in occasione delle ultime amministrative il presidio di Libera ha proposto a tutti i candidati cinque punti ispirati alla campagna nazionale contro la corruzione, “riparte il futuro”, ma fortemente legati alla situazione locale, ndr) ad utilizzarli per usi sociali. Ha preso cinque di questi appartamenti e se ne è servita per fronteggiate le emergenze abitative.

In questa zona si stanno preannunciando varie confische di beni e, se i procedimenti giudiziari andranno a buon termine, potremmo trarne nuovi posti di lavoro. La camorra è forte perché, avendo ingenti disponibilità di soldi, può offrire posti di lavoro, anche se magari sono lavori in nero. Con l’emergenza che abbiamo perché una persona dovrebbe rifiutare un’occupazione, anche precaria, e aspettare un lavoro onesto che probabilmente non arriverà mai? Molto più facile per i clan mettere in piedi un’attività, un negozio per lavare denaro sporco che dopo pochi mesi essi stessi chiuderanno….. purtroppo c’è gente, e non solo a Formia, che si presta a fare questo.

Questa è Marina di Castellone?

MARINA C. 1Qui c’era la discesa a mare della città romana (mura megalitiche e opus reticolato testimoniano la presenza del porto militare). A metà degli anni ’70 viene costruita questa struttura, il Marina di Castellone. Ora sta per essere confiscato definitivamente, in tutte le sue parti. Era un complesso che ospitava ristorante, piscina e albergo, con una vista meravigliosa sul mare. Negli anni ’80 arrivò l’avvocato Cipriano Chianese, il re dei rifiuti speciali, e comprò tutto. L’idea era di cambiare la destinazione d’uso, cosa che tentò di fare recandosi personalmente da Bartolomeo, ma venendone respinto, come spesso l’attuale sindaco ricorda.

E’ una struttura lasciata andare in rovina, come potete osservare… che utilizzo se ne farà? Potrà diventare una fonte di reddito e per chi? Per una cooperativa, per giovani senza lavoro… altrimenti verrà affittata.

Affittata “a chi”?

MARINA C 2Questa è una bella domanda. Il pericolo è che la camorra si riprenda, con i prestanome, quello che giustamente lo Stato le ha sottratto. Ragioni di bilancio ed esigenze di ristrutturazione hanno fatto dire all’amministrazione, in un recente convegno, di volerla mettere in vendita.

Due anni fa, durante le feste per i santi patroni di Formia, a giugno, degli extracomunitari vennero a stabilirsi in questa struttura, che presenta porte e finestre divelte, ed il caporale di turno prendeva una somma per farli dormire sul pavimento, al freddo. Oggi la struttura è abbandonata a se stessa (mentre fotografiamo lo stabile, escono dall’edificio tre individui, due uomini e una donna, che scavalcano la recinzione).

Ci lasciamo alla Stazione di Formia, dopo un caffè al centro.

21 febbraio 2014

 

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