Sara Alicandro (IVE) VINCITRICE categoria racconto – CONCORSO RADIO AUT

L’importanza della memoria

In vent’anni ho imparato a riconoscere le urla e i gemiti di tutte le tipologie di uomo. C’è il vigliacco, il duro, il coraggioso. E c’è l’urlo di chi muore accoltellato e di chi muore sparato. Quello che hanno in comune è proprio la loro stessa umanità. Mi chiamo Calogero Impellizzeri, ho cinquantasei anni e vivo a Siracusa da quando mio padre è morto. Prima avevo una piccola casa a Bari con i miei genitori, ma poi la mafia siciliana è venuta a cercarci e mio padre, uomo siciliano di nascita da sempre impegnato nella lotta contro le mafie, venne ucciso dal don di un clan che lo aveva sorpreso a manifestare in una località poco lontana dallo stretto di Messina. Morì davanti ai miei occhi, sanguinante e con gli occhi pieni di dolore. Mi sussurrò «Continua tu quello che io non sono riuscito a finire.» poi spirò, e mi lasciò solo con le mie lacrime e la disperazione della mamma.
Mi presero con loro a forza, i mafiosi intendo, e con la mamma arrivammo fino a Siracusa. Trascorremmo sette anni tranquilli là. Pace, serenità e nulla da temere. O quasi. Il clan si faceva i fatti propri, ma sempre a Siracusa viveva. In ogni caso, io e la mamma non ci pensavamo più di tanto, e trascorrevamo una vita normale senza nemmeno essere troppo tristi per papà. Fin quando, un giorno, mia madre morì per un brutto incidente stradale. Così io, quindicenne ormai orfano di entrambi i genitori, mi limitavo a versare le seconde lacrime più dure della mia vita e a piangermi addosso. Mi rincresce dirlo, ma fui debole. Eccome se lo fui. Ovviamente loro dopo sette anni di pace approfittarono della mia perdita e tentarono di persuadermi. Gli dissi di no, più e più volte, ma cedetti. Infransi la promessa fatta a mio padre e, sì, mi unii al loro clan.
A venticinque anni sposai l’angelo più dolce e bello di tutto l’Universo, dai capelli biondi platino e gli occhi celesti cielo. Si chiamava Emilia Fontana, era una turista torinese venuta in visita. Non se ne andò più, decidendo di stare al mio fianco tutta la vita. La prima notte di nozze la portai al mare di notte, e nudi come neonati sotto la luna candida facemmo l’amore nell’acqua calda del Mediterraneo. Dal nostro amore fatto di passioni intense e piccole tenerezze, nove mesi dopo quella sera, nacque la piccola Lucia Impellizzeri, la mia bellissima bambina.
Mia moglie ben presto scoprì del clan, minacciò più e più volte di lasciarmi, ma non lo fece mai. Mi amava, e tanto. Fu il suo amore che la portò alla rovina. Dieci anni dopo, morì nel tentativo di difendermi dagli affari loschi che i miei compagni cercavano di organizzare. E fu in una sparatoria che vidi le sue belle forme passarmi davanti agli occhi, e poi il sangue nei suoi ricci capelli chiari, che cadevano insieme al resto del corpo a terra, formando una pozza color vino che si allargava velocemente. La presi immediatamente per la schiena, e mentre le mie mani si bagnavano di sangue gridai il suo nome. «Perché lo hai fatto?» continuavo a ripetere. La risposta fu «Ti amo.» e mentre spirava, in lacrime, le donavo l’ultimo, freddissimo bacio, freddo come la morte.
Quando tornai a casa mi ci volle un coraggio enorme per dire tutto a Lucia. Le raccontavo spesso le storie del nonno, e dirle di punto in bianco che avevo tradito la sua fiducia per seguire i suoi nemici non sarebbe stato il modo migliore di comunicare in quel momento. Era ancora piccola, troppo per capire. Così le dissi che la mamma era volata in cielo per una brutta infezione istantanea con un nome che inventai sul momento e che con gli anni ho dimenticato. Pianse tanto anche lei, soffrì nel peggior modo in cui una bambina di dieci anni possa soffrire: sola e incapace di parlare. Le lacrime erano l’unica via per fuggire dalla realtà nuda e cruda che, tra l’altro, nemmeno conosceva.
Quando ormai la mia Lucia aveva compiuto quattordici anni, decisi che era pronta per sapere tutto. Così ci sedemmo alla tavola della sala da pranzo e parlammo per una mezz’ora buona. In questo arco di tempo, Lucia ebbe l’occasione irripetibile di scaraventarmi contro tutte le parole peggiori che un padre possa udire. E me le meritavo, me le meritavo eccome. Perciò non le dissi nulla, mi limitai ad ascoltare le sue parole con un macigno sul cuore, rendendomi conto di quello schifo di padre che ero stato. Tra le lacrime, urlava con tutto il fiato che aveva in corpo. Ma quello che maggiormente ripeteva era “Bastardo, è tutta colpa tua! E’ morta per salvarti!” e mentre l’ascoltavo, la osservavo. Sì, semplicemente la osservavo. Era proprio uguale a sua madre. I capelli biondo platino, ricci che sembravano onde, onde meravigliose da accarezzare. Gli occhi erano i suoi, celesti e chiari come pochi, grandi e pieni d’immensità. E poi, il nasino all’insù, piccolo e bello, con una spruzzata di poche chiare lentiggini che le conferivano grazia e tenerezza. Per questo motivo, dopo la discussione, piansi nel silenzio del mio letto, ormai vuoto senza di lei.
Non mi disse mai nulla della sua vita privata. In effetti, non so nemmeno quando ha fatto l’amore per la prima volta. Credo fosse a diciassette anni. Credo, non me lo ha mai detto. L’ho capito dall’atteggiamento. Tornata tardi la sera, aria sognante e distratta … e, dulcis in fundo, profilattici nella borsa. Sarò anche stato un cattivo padre, ma sono stato ragazzo anch’io. Ad ogni modo, non me la perdonò mai. Abbiamo passato i sei anni successivi solo a litigare su qualsiasi cosa. Poi, come mi aspettavo, poco dopo il suo ventesimo compleanno, fece le valigie e mi disse «Me ne vado da qua. Ho deciso di onorare il patto del nonno che tu hai infranto. Girerò per l’Italia e che morissi pure se dubiterò anche solo un istante dell’utilità del mio lavoro. Non mi fermerò mai. Sappi che me ne vado da qui per non veder morire anche te.»
Fu così che mi lasciò. Ahimè, fu una terribile perdita. Ero solo, solo per davvero, la mia famiglia ormai era il mio clan. Tolti loro, potevo anche morire. Non la vidi per tempo immemore, ma seppi da altri che ebbe una bellissima figlia di nome Linda e che si sposò con un certo Davide Bonaccorso, un ragazzo di Palermo poco più grande di lei.
Circa due settimane fa ricevetti un telegramma dal mio clan, il quale recitava:
“Tua figlia ci sta dando problemi. Il suo successo nella sua campagna contro la mafia si sta ingigantendo sempre di più. Sappiamo che non hai mai avuto un buon rapporto con lei, perciò ti chiediamo di farla fuori il prima possibile.
P.S. Se riesci fai anche sparire il corpo.
Il tuo superiore, Corrado”
Mi tremavano le ginocchia. Io uccidere mia figlia? Come potevano chiedermi una cosa simile? Era pur sempre mia figlia, tutto ciò che avevo di più caro al mondo, l’unica cosa buona che io avessi mai fatto. Dopotutto, come potevo tradire il clan senza essere ammazzato? Dovevo pensare. Giurai che un modo l’avrei trovato. E infatti lo trovai. Dopo ore e ore di riflessione.
Presi il primo treno per Palermo, senza pensarci due volte. In treno mi misi a leggere una rivista a caso per passare il tempo. Ero in ansia, molto. Forse non vedevo l’ora di scendere. Una volta fuori i piedi andavano da soli. Sapevano già dove andare, lo avevano sempre saputo.
Dopo un taxi e un tram, finalmente davanti alla porta. Volevo bussare, lo giuro, con tutto me stesso. Ma la mia mano non si muoveva. Era come fatta di ghiaccio, voleva avanzare ma il peso gravava su di essa. La stringevo così tanto che le nocche si sbiancarono, e avevo DAVVERO paura di bussare. Di non essere accettato, di fallire. Poi vidi il campanello, su di esso c’era scritto “Bonaccorso – Impellizzeri” erano davvero loro. Mi semplificai la vita, e suonai. Anche se mi pentii subito di averlo fatto. Dopo pochi secondi, fu lei ad aprirmi. Era ancora la mia ragazza, solo più bella. Gli stessi capelli ricci e biondi, gli stessi occhi, e di lentiggini non ne mancava neanche una. Aveva dei pantaloncini di jeans e una maglietta di pizzo bianca. Portava le perle alle orecchie.
Mi guardò con espressione sorpresa, poi si accigliò «Cosa ci fai qui?»
«Posso parlarti?»
«Non lo so. Dipende da te.»
«E’ importante. Questione di vita o di morte.»
Ci pensò un attimo e poi annuì, poco convinta, ma lo fece.
Le raccontai tutto per filo e per segno, e vedevo la sua faccia trasfigurarsi a seconda delle mie parole.
«So che non sono mai stato un buon padre e che mai potrai perdonarmi. Ma in questo momento in cui rischio di perdere tutto ciò che mi è rimasto al mondo, io devo fare il padre, quello vero che mai ho dimostrato di essere. Devi scomparire, con tua figlia e tuo marito, in un luogo in cui non vi troveranno.»
«Va bene, mi fiderò di te, a mio rischio e pericolo.»
Sorrisi, commosso «Grazie, amore mio.»
Fece le valigie il più in fretta possibile, poi partimmo con un taxi verso l’aeroporto. A proposito, ho visto per la prima volta mia nipote. Era bellissima, più o meno di otto anni. Era uguale a Lucia, e ovviamente ad Emilia. Stessi capelli e stessi occhi, il naso però era del padre. Poco male, leggermente a patata. Il mio genero era alto, moro e chiaro di carnagione. I suoi occhi erano verdi, chiarissimi. Proprio un bell’uomo. Arrivammo all’aeroporto in un quarto d’ora, il taxi ci lasciò davanti all’entrata e arrivò il momento degli addii.
«Scusami, Lucia. Ti ho sempre voluto bene. Sono stato io a sbagliare, e mi dispiace. Tanto.»
Lei, per il mio sollievo, mi sorrise, e pianse una lacrima «Anche io papà, e anche se non ti posso perdonare, ti sono grata per quello che hai fatto. Grazie.» ci abbracciammo dopo ben undici anni e poi lei disse «Sono incinta, papà. E se è una femmina si chiamerà Emilia.»
Mi commossi a tal punto che dopo averla vista sparire e prendere il volo per Marsiglia mi resi conto del mio grande sbaglio e il cuore mi si squarciò in due.
Ora sono qui, seduto a scrivere questa cosa che non so come chiamare. Ma sto scrivendo, questo conta. Quando sono tornato a Siracusa mi sono reso conto delle persone con cui ho vissuto per una vita intera, con le quali ho condiviso molto e che ho considerato una famiglia. Persone che sono più mostri che esseri umani. A cosa serve ora scappare? Comunque morirei. Ho rivisto mia figlia, bella come non mai, e questo mi basta. Vi svelo un segreto. La coltellata è peggio di un proiettile. Il proiettile è veloce, ti ammazza subito e non senti nulla. Il coltello squarcia non solo il tuo cuore, ma anche tutti i tuoi ricordi, i tuoi affetti, i tuoi dolori, le tue speranze. Tutto, non lascia scampo. E’ per questo che trafiggerò il mio cuore proprio con quello. Io devo soffrire, soffrire come le mie vittime, come quegli uomini che hanno urlato, pregato e pianto. E ora, mentre poso la penna, prendo la lama, e lentamente muoio, felice di aver finalmente combinato qualcosa di buono in questo luridissimo mondo.

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