BORGO MONTELLO, IL COCITO DISGELATO

a cura di Alessandro Raponi.

Intervista- monologo a Paolo Bortoletto, portavoce del Comitato tutela ambientale dei Borghi

 

“Per ch’io mi volsi, e vidimi davante

e sotto i piedi un lago che per gelo

avea di vetro e non d’acqua sembiante”

 

Divina Commedia, Inferno XXXII, Dante Alighieri

 

Mi avevano descritto il signor Paolo Bortoletto come una persona scontrosa. Mai dare troppa retta alle chiacchiere: è una persona che ha tanta voglia di raccontare, l’avrei ascoltato per ore se non fossero stati il tempo impellente e la cena imminente.

Arrivati nella sua abitazione di Borgo Santa Maria con Fabrizio Marras (n.d.r. coordinatore di Libera Latina), ci accolgono sua moglie e sua figlia mentre preparavano un dolce, Paolo non c’era; era dovuto andare a prendere una giornalista alla stazione all’ultimo minuto, dopo che l’aveva attesa per lungo tempo a Piazza del Popolo. Quando è arrivato s’è seduto al tavolo della cucina, ho acceso il registratore e lui ha iniziato ironico: “Siete venuti a parlare di Mafia? La Mafia qui non c’è, ci sono i mafiosi. Ma loro sono gente per bene, hanno l’onore.”

Così, con l’odore del dolce nel forno, è iniziato il suo monologo nel teatro domestico.

La soddisfazione della verità, questo è il fulcro del suo discorso, cioè una verità negata per troppo e tanto tardi riconosciuta. “All’inizio ci prendevano per mitomani- asserisce in un punto- sostenere che la Mafia esisteva in un territorio di veneti e gente che lavora onestamente era quasi una bestemmia.” Come all’inizio di tutto, quando tutti conoscevano e negavano la Mafia, quando i giudici siciliani affermavano che era una montatura della stampa dell’Italia settentrionale. Finalmente è stato riconosciuto che avevano ragione: a Borgo Montello esisteva una rete di criminalità che partiva dall’assenso della popolazione ai boss prima sgangherati, con le camicie rattoppate poi in giacca e cravatta, che puzzano di profumo, puzzano di soldi sporchi.

Racconta di Don Cesare Boschin, il parroco che non aveva paura, ucciso barbaramente negli ultimi momenti della sua vita, dopo anni di dura lotta contro la criminalità organizzata e la sordità della politica e della giustizia. Sulla strada per Borgo Santa Maria ho visto la Chiesa dove era parroco Don Cesare, la S.S. Annunziata di Borgo Montello, e poco più avanti la discarica per cui quest’uomo è morto. 

Sapere certe cose fa male, lo ammetto, stupisce ed indigna. Veramente quando penso alla discarica mi viene in mente il Cocito dantesco, quel lago di ghiaccio dentro cui è incastrato Lucifero e dove i traditori sono imprigionati. Dentro quella discarica ci sono anche tonnellate di umanità buttate via, congelate nelle tossine. Vi consiglio anche la pagina del “Fatto Quotidiano” in cui si parla di Borgo Montello (http://www.ilfattoquotidiano.it/tag/borgo-montello/) .

Bortoletto ha vuotato il sacco, ha disgelato un lago di gente e rifiuti, senza timore, senza che io ponessi alcuna domanda. Eh sì, sono tutti traditori, in un modo o nell’altro.   

 Paolo Bortoletto: “Quindi voi cosa volete? Che vi parli di Mafia? Ma qui la Mafia non esiste, esistono i Mafiosi. Quella, però,  è gente che ha l’onore.  Non so se per la questione dei rifiuti avete seguito le vicende di questo pentito, Carmine Schiavone. Noi, fino a vent’anni, fa credevamo di essere immuni dalla Mafia, invece… Adesso anche il ceppo veneto, le famiglie venete si sono mafizzate: ah-io-non-so-niente,no’-ho-visto niente-, come in siciliano “non-sacciu-niente”. C’è una mafizzazione e la speranza è che almeno i nostri figli non caschino in questa rete, in questa trappola.

In questi giorni hanno fatto arresti eccellenti sulla questione dei rifiuti, persone che abbiamo incrociato , anche se vestito bene. Michele Coppola era uno di quelli che ostentava la sua ricchezza, lasciava pagato al bar aggia-lasciato-cent’euro-in-goppa-a-u-bancone, e i baristi prendevano i soldi. Siamo in una realtà in cui la Mafia è sottovalutata. Quando, con Claudio Gatto, venticinque anni fa iniziammo a parlare della presenza mafiosa qui nel Pontino, siamo stati irrisi, dicevano che avevamo fatto una vita da mitomani, eravamo dei pazzi: c’era un tipo qui, si chiamava Ciccillo, vendeva cocomeri e controllava tutto: se potevi vendere o no dipendeva da Ciccillo, un signore col sigaro, persone di rispetto.

Quando negli anni novanta un tizio acquistò alla metà del suo valore la discarica di Borgo Montello, Don Cesare Boschin comprese che la situazione non era chiara: voleva fare l’inceneritore per i rifiuti farmaceutici ed industriali. Don Cesare aprì le porte della sala parrocchiale: io con lui premetto che non andavo molto d’accordo, però bisogna riconoscere l’intuizione di questa persona che ha visto il pericolo e non l’ha tenuto per sé, ha iniziato a parlare , a chiedere pareri. Era una persona che i soldi insanguinati offerti alla Parrocchia non li voleva. Non aveva paura di aprire le porte alla popolazione; lì abbiamo fatto centinaia di assemblee, stese le denuncia per la Procura, scritte le lettere per il Presidente della Repubblica Scalfaro. In Chiesa si è fatta politica nel senso vero del termine, e lì Don Cesare è diventato pericoloso. La Chiesa non ha fatto tutto, a nostro parere, per difendere questo parroco, e che parroco!, io non ho visto la Chiesa considerarlo per il suo operato. Il nostro risarcimento è la verità; hanno sequestrato beni per 270 milioni di euro, bene, ma il nostro vero risarcimento sarebbe conoscere chi ha ammazzato questa persona e perché!  E’ stato ucciso quando era gravemente malato, stava morendo: questo è un altro tassello alla barbarie compiuta, un conto è se noi ci scontriamo in piedi, in pieno vigore fisico. E’ stato un atto simbolico, c’è stato un rito. Non si è trattato dell’incaprettamento classico mafioso, è stato un rito massonico  legargli le mani, tappargli la bocca e con gli occhi liberi: hanno chiuso la bocca, non avrebbe dovuto parlare; gli hanno legato le mani, non avresti dovuto muoverti. La lettura che danno alcuni specialisti è che il delitto dovrebbe rientrare in una sorta di rito mafioso-massonico.

Questo evento ci segna ancora oggi, è una ferita che sanguina. Gran parte della gente fu tanto impaurita da non volerne più sentire parlare. Noi siamo una minoranza. C’è un dovere, ognuno di noi, dico io, non deve costruirsi un alibi facile come quello della paura: anche noi abbiamo subito una serie di intimidazioni, non dobbiamo aspettare gli eroi, ognuno deve fare la propria parte, gli eroi escono quando è tardi. Per la questione dei rifiuti noi partiamo dal presupposto di non voler arrivare allo stesso livello della “Terra dei Fuochi”. Se il tasso di inquinamento fra qui e la Campania non è paragonabile, perché dobbiamo aspettare che lo diventi? Questa è la logica che dovrebbe portare almeno la maggior parte di noi all’impegno, io non mi posso permettere di scoraggiarmi: io ho un dovere e sono sicuro che ognuno di noi può fare la sua parte. Ad esempio io sono in grado di alzare un chilo, tu di sollevare un chilo e mezzo, lei due chili, lui tre chili, benissimo: ognuno a suo modo può dare il proprio contributo secondo le proprie capacità. A volte ci si tira indietro per pigrizia e per paura, a volte per calcolo: mi-conviene, non-mi-conviene, ciondolare in continuazione. Perché c’è una discarica umana davanti a quella dei rifiuti? Perché c’è un potere che ha pensato che i Veneti di questa zona fossero persone di poco valore. Se voi vedete i rapporti di Polizia statunitense di fine ottocento, leggete che gli abitanti dell’Italia meridionale non andavano bene, i Veneti invece sì che andavano bene perché dove li piazzi stanno. Cosa non vera, un po’ dispregiativa. Va bene che sia un popolo pacifico, molto cattolico, molto bigotto, molto molto molto… ma anche un popolo molto individualista, ognuno pensa per sé.  Cosa abbiamo cercato di fare con Don Cesare? Abbiamo tentato di legare queste famiglie, cercare di capire perché sia avvenuta una cosa del genere. Io da ragazzino sono andato cinque volte da Giulio Andreotti con Don Cesare: Giulio, diceva; Oh, Cesare!, rispondeva Andreotti… Lui parlava con Andreotti in questo modo! Non era un tipo che traeva profitto in qualche modo, aveva i suoi metodi di aiutare la gente che personalmente non condividevo. Li aiutava a trovare lavoro e io gli rispondevo che c’era anche l’ufficio di collocamento. Hanno-bisogno, diceva lui. Era a suo modo contraddittorio. Non c’entrava niente, però, ammazzarlo: un fatto antiumano, anticristiano, antitutto…

Noi non abbiamo visto una reazione adeguata: probabilmente perché dopo l’attacco a Don Cesare ci sono state nella zona varie rapine molto violente, attentati, una serie di fatti che facevano da contorno per terrorizzare la gente. Quelli erano gli anni della Mafia terrorista, si uccidevano tranquillamente le persone, non come oggi che vengono e comprano le proprietà, mandano i figli alle università migliori al mondo, li vedi in giacca e cravatta che profumano, cioè senti il puzzo dei soldi. Hanno fermato quell’ uomo ieri (Giovanni De Pierro)  che si è comprato la discarica in blocco. Dov’era Latina? Le sue amministrazioni comunali, provinciali, regionali? Dov’erano quando tutto questo accadeva? Dobbiamo chiedere in coro! Hanno approvato un nuovo progetto per costruire un nuovo impianto di selezione biologica – meccanica, senza sapere chi erano i proprietari del terreno. Come fanno a non sapere? Dovrebbero andarsene da là, ci mettiamo una carriola a governare, a fare il sindaco. Dobbiamo riacquisire una certa capacità d’intransigenza, quella di chiedere conto! Altrimenti non ne usciamo vivi. Non è il problema di mandare tutti a casa, tutti chi? Mafia, antimafia tutti a casa, ma dove?  Don Cesare i soldi per la festa nel Borgo non li voleva, non desiderava soldi insanguinati, c’era il prete di Borgo Bainsizza che quei soldi li accettava tranquillamente, erano cristiani come tutti, diceva. Mille lire per ogni abitante, faceva la questua e organizzava i vari eventi, Don Cesare.All’epoca c’era gente in discarica che dopo una settimana di lavoro andava in giro con super macchine. Il 31 ottobre 1992 il comitato di Don Cesare consegnò al giudice Auddino della pretura circondariale di Latina una denuncia.

Lui nominò due tecnici: non abbiamo mai saputo nulla di queste perizie. Ma quando andammo la prima volta, il giudice disse “A questi gli facciamo un culo così!”. Gli altri miei amici erano convinti che i giudici avrebbero risolto l’intera faccenda: io no, ero convinto che le classi dirigenti politiche avrebbero fatto pulizia. Una settimana dopo tornammo dal giudice Auddino, appuntamento alle 9’30 ma ricevuti alle 13’30. Ci disse che non c’erano elementi per improntare un’accusa e gli dispiaceva. Io reagisco prendendo le carte sulla scrivania dicendo di togliere tutto da mezzo. Il giudice mi ferma e fa: “E se poi escono i fusti?”, io lo prendo per il colletto e lo scuoto dandogli del delinquente. C’era un capitano dei Carabinieri con lui, ma non reagiva al mio gesto e alle mie parole, perché non reagiva? Abbiamo fatto ricorso al Tar e abbiamo vinto, al Consiglio di Stato abbiamo perso, di nuovo al Tar vincevamo e al Consiglio di Stato perdevamo, ping pong.

 

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LA DENUNCIA DEL 1993

 

 

Questi atteggiamenti paramafiosi, o senza para, dobbiamo raccontarli, una corruzione che si alimenta. Lo sai com’erano composte le società della discarica? Operai, casalinghe, disoccupati. Non ci credi, vero? Aspetta che vado a prendere i documenti… [ESCE DALLA SALA E VA A PRENDERE UN FALDONE PIENO DI CARTE]

Guarda qui… “Il tribunale di Latina certifica alla presenza del notaio Federici, maggio 1988, la costituzione della società Ecomont con amministratore unico ***”, chi è questo***? Un tale che si bacia in stile mafioso col vicepresidente dell’Antimafia***, davanti a noi. Nel 1989 c’è la costituzione di un’altra società con amministratore ***, tu puoi vedere che i vari componenti erano:*** un operaio,*** impiegato,*** operaio,*** casalinga,*** studente,*** operaio. Qui giù c’è il capitale sociale: venti milioni di lire, ognuno dei soci ne faceva parte con un capitale personale di tre milioni l’uno. C’è la costituzione di un’altra società, con l’acquisto del podere davanti la discarica.

In  quegli anni lì abbiamo fatto diventare pubblica una cosa che non poteva rimanere privata. Noi denunciamo nel Gennaio 1993 e ci firmiamo, col placet di Don Cesare Boschin: le mamme degli autisti dei camion che trasportavano rifiuti andavano a confessarsi da Don Cesare prese dal rimorso, e chiedevano aiuto. Don Cesare vedeva questi camion che andavano e venivano di notte e di giorno. Nessuno lo ha protetto. C’era gente di una società sportiva che utilizzava i soldi della discarica per costruire le varie attrezzature nei loro impianti. Mi dispiace dire questo, ma è la realtà. Non sono riusciti a corromperlo, dopo aver corrotto quasi l’intero borgo, hanno dovuto ammazzarlo per forza! Io ricordo un incontro con il sindaco Redi in sala parrocchiale, la gente lo affrontò chiedendogli di bere davanti a loro l’acqua dei pozzi che egli riteneva fosse meglio della Sangemini; non la bevve naturalmente, però quella sera uscirono fuori 50 posti di lavoro… Non possiamo permetterci di lasciare andare la memoria. Perché abbiamo insistito che Don Luigi Ciotti facesse propria questa storia? Non per renderlo martire, bensì per non permettere che le vicende di quest’uomo si dimentichino. Io piango, crollo per il venir meno di questo pilastro, di Don Cesare… Benché non andassimo sempre d’accordo.

Carmine Schiavone dice nelle sue dichiarazioni: chiedetelo a Michele Coppola (membro del clan dei Casalesi arrestato nel 2010) chi l’ha ammazzato Don Cesare Boschin! Io l’ho abbracciato Michele Coppola, una volta uscito dal carcere sette-otto anni fa, e lo incontrai a Borgo Bainsizza. Era isolato, lo abbracciai umanamente e fisicamente subito dopo lo respinsi ricordandogli la sua identità di criminale. Lui era un mito nella zona, prestava attrezzi, faceva lavori ai vicini… aveva costruito rapporti, faceva regali alle persone. Una donna mi ha raccontato che a suo figlio per il compleanno regalò un ciondolo d’oro e a lei un profumo di Dolce&Gabbana… è stato un pensiero gentile, diceva la signora. Un pensiero gentile?, dissi io, ma quello è un criminale – un mafioso!!

Io ero a contatto con Michele Coppola, ho voluto conoscerlo: aveva un recinto di maiali grandissimo, in mezzo a venti ettari di vigna… Cosa c’entravano quei maiali? Io avevo letto che la Mafia smaltiva i cadaveri con i maiali. Io per scherzare gli dissi: guarda, Michele, che quel maiale là ha in bocca la gamba di un cristiano. Lui rabbrividì, fece uno strano gesto e iniziò a dirmi “Paolo-ma-che-cazzo-dici!!”.  Con un giornalista siamo andati a vedere come viveva quest’uomo nella sua casa di campagna, con la moglie che ostentava la povertà mentre viaggiavano su una macchina da Paperone. 

Michele Coppola faceva il contadino e andava in giro con una macchina extralusso, come mai? Noi siamo contadini e quella macchina non ce la sognavamo nemmeno. Però lui era diventato un mito, pagava per tutti al bar: il potere e la forza del denaro, capisci che fanno? A Natale la moglie è stata riverita con tanto di auguri al Bar… io passavo di lì e non sono stato nemmeno degnato di uno sguardo. Ha un significato, o no? Quando andavamo in tv a gridare il nome di Michele Coppola, la moglie ci diceva per strada: “non-ti-devi-azzardare, vi-faccio-accide’ ”; “vi dovete arrendere allo Stato”, rispondevo io e ho visto che era entrata un po’ in crisi. Sai qual è il dramma, però? C’erano trenta persone davanti le Poste, quella volta, a Borgo Bainsizza… e mentre questa signora si agitava, tutti scomparivano. Cosa andiamo a raccontare ai nostri ragazzi nelle scuole? Perché non pretendiamo lezioni di legalità? La bonifica parte dall’insegnamento della nostra Costituzione, anche agli adulti che non sanno niente presi da mille stronzate! Don Cesare si opponeva a tutto questo. Tutte le morti di tumore che si stanno registrando adesso, secondo te, da cosa sono causate? Se non abbiamo fatto praticamente nulla, allora don Cesare è morto invano. Noi del comitato siamo indomiti davanti a tutto.

E’ necessario, quindi, scavare nei problemi, questo dolore per Don Cesare non può fermarsi a se stesso: diventa importante capire questi fenomeni e la capacità di ricatto di una montagna di denaro.”

 La conversazione è andata avanti per un altro po’, ma decido di chiudere qui perché questo è il fulcro, la risposta a tutte le domande che avrei voluto fargli. Trascrivo soltanto i nostri saluti, dopo che Paolo Bortoletto ha visto il mio quadernino con le domande ancora da porgli.

Paolo Bortoletto: “Dai, fammi queste domande per cui siete venuti…”

Alessandro Raponi: “Non serve, mi ha già risposto a tutto nel suo racconto.”

PB: “Che vi posso regalare?”

AR: “Ma niente, non si disturbi!”

PB: “No, ma che disturbo!! Guarda, vi regalo questi due barattolini di marmellata di mele che faccio io qui in campagna.”

AR: “Grazie, di tutto.”

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