Conversazioni di Antimafia: intervista ad Angela Iantosca ( inchiesta RADIO AUT)

CONVERSAZIONI DI ANTIMAFIA

INTERVISTA ad Angela Iantosca

a cura di Beatrice Bianchi.

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Angela Iantosca, del libro” Onora la madre” ha tenuto una conferenza nel nostro Liceo lo scorso 17 Gennaio, data a cui risale quest’intervista. Un’interessante conversazione che tocca tutti i punti nodali delle associazioni mafiose, in particolare della ‘Ndrangheta, dal punto di vista delle donne e di una donna con la volontà di comprendere a fondo i meccanismi che regolano questa complessa struttura.

 

Come nasce il libro “Onora la madre”? Da quali esigenze?

E’ il risultato di un percorso che è iniziato quando avevo 17 anni, facevo parte di un gruppo di amici particolarmente attivo con il quale abbiamo iniziato a partecipare alle marce della Pace, abbiamo creato la prima “Bottega del Mondo” qui a Latina. Successivamente, ho  coltivato questa passione sulla strada del giornalismo iniziando una collaborazione con “La Piazza”. Spostandomi di redazione in redazione, sono andata a vivere a Roma. Nel percorso della vita, per fortuna ho incontrato Don Aniello con il quale ho iniziato a frequentare Scampia e a toccare con mano la realtà di questo territorio tentando di analizzarla da diversi punti di vista come quello dei bambini e ,in particolare, quello delle donne. Inoltre, proprio in quel periodo, nel 2012, si iniziava a parlare del ruolo delle donne all’interno delle strutture mafiose a seguito delle dichiarazioni della collaboratrice di giustizia Giuseppina Pesce. Da quest’atto riconosciuto come profondamente rivoluzionario dalle donne della società civile calabrese in primis, è iniziata la mia ricerca che mi ha portato ad analizzare come il ruolo della donna sia cambiato sia all’esterno che all’interno della ‘Ndrangheta dagli inizi del ‘900 fino ai giorni nostri.

La ‘Ndrangheta è un’ associazione mafiosa più a stampo patriarcale o matriarcale?

La struttura è patriarcale, ma il maschilismo è un “comodo vestito” che fa apparire tutto come immutabile e immutato nel tempo. E’ questa una forma rassicurante rispetto agli stessi uomini che continuano ad essere ancorati ad un’ipotetica struttura patriarcale tradizionale, ma allo stesso tempo sono dipendenti dal pensiero e dalle decisioni delle donne. La donna prende decisioni, può minacciare di iniziare una collaborazione, istiga le faide, educa i figli, ma allo stesso tempo non le viene riconosciuto un ruolo e il rispetto che le è dovuto è funzionale a quello dovuto agli uomini della sua famiglia, quindi nel momento in cui l’uomo esce dal carcere la donna perde automaticamente l’autorevolezza che aveva acquisito durante il periodo di reclusione di questo. Come vedi è un mondo contraddittorio in cui la donna è padrona ma accetta di essere sottomessa. Quello che sta accadendo in questo periodo è stato definito da Angela Napoli il “ ‘68  di donne di ‘Ndrangheta”: abbiamo da una parte le donne che iniziano a collaborare con la giustizia, dall’ altra quelle che acquisiscono ruoli  sempre più importanti ( all’interno dell’ imprenditoria, della politica, del mondo della scuola). La salvezza di questo sistema mafioso è proprio la contraddizione , poiché quando credi di aver intuito una struttura, un sistema di pensiero e di averlo incasellato ti rendi conto che in realtà non è valido universalmente ma solo in un determinato contesto.

 

Credi che in qualche modo una vera cultura dell’emancipazione femminile, possa scardinare questi meccanismi e diventare un fattore decisivo nella lotta contro le mafie?

 

Certamente, credo che le donne debbano riappropriarsi del significato del senso profondo della loro condizione. Nel momento in cui si renderanno conto del potere enorme che hanno in mano ,perché sono loro che danno la vita, educano i figli e quindi sono determinanti nel cambiamento, quando troveranno il coraggio di parlare e si renderanno conto di quanto è vantaggioso stare dalla “parte giusta”  veramente riusciremo a rovesciare il sistema della ‘Ndrangheta. Allo stesso tempo, però, lo stato deve creare delle alternative valide a questo sistema mafioso.

Il problema è delle donne in generale, ed è secondo me anche la causa scatenante del femminicidio, è come se fossimo convinte di essere nate per essere madri e per sposarci. Dobbiamo lavorare sulla nostra autonomia, sulla nostra responsabilità di scelta, sulla nostra autostima, non dobbiamo creare terreno fertile alle violenze, di qualsiasi genere. Parallelamente è importante lavorare sui bambini, già dalle elementari, soprattutto qui a Latina dove la cultura mafiosa è talmente sottile che diventa difficile da individuare. I bambini possono diventare delle “bombe ad orologeria” in grado di disinnescare intere famiglie mafiose. Per questo è importante  avere professori che si occupino di progetti che hanno a che vedere con la legalità, inserire un’ora a settimana di educazione civica che diventi, davvero, educazione alla legalità.

 

Roberta, 17 anni, studentessa del liceo Piria di Rosarno scrive a proposito della legalità: “non so dare di essa una definizione, ma so che è tutto quello che non ti limita i valori, i sentimenti, le dimostrazioni d’affetto, la vita familiare. Ho conosciuto la legalità tramite le conseguenze dell’illegalità”.

Lei è la figlia di Rocco Molè, questa testimonianza nasce da un progetto scolastico e lei davanti a tutta la scuola ha letto queste sue parole. Roberta, capendo i limiti dell’illegalità, il padre infatti si trova in carcere, afferma di voler scegliere la legalità. Perché nell’illegalità non si può avere un rapporto normale con i genitori, non si può scegliere con chi stare, non si può amare. E’ una vita di dolore fatta di violenza, in cui la violenza diventa normale. In quest’ottica la sua testimonianza diventa fondamentale.

Perché lo Stato tende a chiudere gli occhi nei confronti della ‘Ndrangheta?

Ti rispondo con le parole del procuratore generale di Ancona Macrì: “ Se prima la politica faceva affari con la ‘Ndrangheta, ora è la ‘Ndrangheta che candida i propri politici”. Ormai c’è una commistione estrema. Pensiamo al comune-commisariato di Reggio Calabria, al periodo in cui è stato sindaco Scopelliti, con la morte della sua assistente in maniera mafiosa, a tutti i comuni sciolti per mafia.

In una situazione come quella che hai descritto, che induce più che mai ad allontanarsi da quei territori, qual è l’importanza di restare in Calabria? E di restare in Italia?

Ti racconto la storia di Debora Cartisano, di LIBERA, figlia di Lollò, l’ultimo uomo ad essere sequestrato a Bovalino, paese sulla ionica, nelle vicinanze di San Luca, che venne portato via per essersi rifiutato di pagare il pizzo. Nonostante le trattative avviate, il padre di Debora tarda a ritornare a casa, il paese è deserto. A quel punto,  Debora decide di scendere in piazza e ammette che la colpa è anche sua, che la colpa è dei cittadini di Bovalino . Perché se dal primo sopruso fossero scesi in piazza non sarebbero mai arrivati a una situazione del genere. Da quel momento, la  commissione antimafia si reca per la prima volta lì a Bovalino dopo decine e decine di sequestri. Questo significa che da parte nostra ci deve essere una partecipazione. Dopo dieci anni il corpo del padre di Debora viene ritrovato e lei ha deciso di rimanere lì, seguendo le parole del padre che le diceva: “Se noi ce ne andiamo, a terra se la prendono loro”. Per questo dobbiamo rimanere, perché noi siamo più forti di loro. Abbiamo il dovere di cambiare la terra.

Grazie, Angela.

 

17/01/2014                                                                                                         

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