“Nobody does beauty like the Italians”

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di Alessia Ceccherelli.

“La grande bellezza” di Paolo Sorrentino trionfa ai Golden Globes 2014 e ottiene una nomination per gli Oscar di marzo. Erano 24 anni che l’Italia non vinceva nella categoria miglior film straniero: l’ultimo era stato Giuseppe Tornatore col suo indimenticabile “Nuovo cinema paradiso”. E insieme a Sorrentino trionfa l’Italia tutta, abbacchiata, offesa, e tuttavia ancora capace di produrre qualcosa di alto.
Baroccheggiante, sfarzoso, lucido e disincantato, “La grande bellezza” è la fotografia di ciò che siamo, anche se ammetterlo ci costa caro. Una pellicola senza una trama ben delineata, più che un film un’incursione, una sequela di immagini, uno sguardo indiscreto nel buco della serratura della Roma mondana, scintillante e volgare dei nostri anni. La cinepresa che scandaglia un mondo di inezie, vanità, goffaggini ed estreme, infinite tristezze, briciole di ciò che resta di noi in mezzo alla “grande bellezza” in cui siamo immersi.
Pseudo intellettuali che amano riempirsi la bocca di belle parole e toni saccenti, donne attempate gonfiate fino all’estremo dal silicone, ma più di tutto lo sfarzo, le feste, la vita mondana, il divertimento, la droga, le musiche da discoteca ballate da un gruppo di cinquantenni in un attico sul Colosseo. Vite sfasciate, con un involucro dorato e scintillante, ma dentro vuote. Il vuoto più assoluto negli occhi, nelle parole che sembrano tanto piene ma sono solo gonfie d’aria, nelle azioni frivole e squallide.
Eppure il film si chiama “La grande bellezza”, e dopo tutto questo a uno verrebbe da chiedersi perché mai, dove la trova Sorrentino questa “grande bellezza” se rincorre le labbra infinite e deformi di Serena Grandi, inquadra patetici trenini al ritmo delle canzoni della Carrà remixate, mette in piedi una pseudo clinica in cui la gente va a farsi i ritocchini pagandoli profumatamente e incontra Sabrina Ferilli che fa la spogliarellista in un locale di Via Veneto. Dove sta la bellezza. E qui subentra il pezzo davvero forte del film. Perché nel film di Sorrentino, a fare da sfondo e al contempo da personaggio muto c’è una Roma mai vista prima, di una bellezza accecante, quella bellezza che a guardarla fa addirittura male per quanto è grande. Roma così lucente, che per tutto il film non fa che brillare, brillare, brillare. Muta e severa, assiste impotente al disastro di noi stessi, di ciò che resta quando si tolgono le impalcature e si rimane nudi. Lei osserva, come una diva morta. Ed è così splendente ed eloquente nel suo silenzio, così elegante.
Ci si ritrova ben presto davanti a una visione paradossale: da un lato la decadenza, metafora di un’epoca votata al superficiale e alla menzogna per mantenere facciate; dall’altro, la vera grande bellezza che è quella di Roma, bella da sentirsi male, bella come è bella l’Italia tutta. Il fascino di una città che Sorrentino ha saputo abilmente cogliere nell’audacia delle inquadrature, nel gioco mai noioso della macchina in movimento, nei colori e nei suoni, nel senso estetico preponderante anche nello squallore di certe immagini. La decadenza che ha la voce calda di Toni Servillo, qui di una bravura che di certo non sorprende, quella voce inconfondibile che pare una musica. Una decadenza, sì. Però bellissima.

Finisce sempre così. Con la morte. Prima, però, c’è stata la vita. Nascosta sotto i bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti, incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto sotto la coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo. Bla bla bla.

L’intero film è fatto di quei bla bla bla di cui parla Jep, il protagonista, alla fine. “L’imbarazzo dello stare al mondo”, la futilità, l’inutilità, le parole che ricoprono come neve la vita che c’è sotto. L’intero film racconta appunto dello “squallore disgraziato” e dell’”uomo miserabile”, di ciò che molti di noi oggi sono, del fallimento, della tristezza, del vuoto in fondo agli occhi. Eppure l’Italia, secondo me, sta tutta in quegli “sparuti, incostanti sprazzi di bellezza”, è tutta lì dentro la nostra genialità, tutta lì la spiegazione di questo folle Paese, contraddittorio come pochi, ma bello come nessun altro.
E allora, forse, al di là delle critiche più o meno fondate, siamo grati a Sorrentino per aver dato prova di nuovo che “nessuno crea Bellezza come gli Italiani”, e che forse nessun altro ha forte come noi il compito e il dovere di educare il mondo alla Bellezza, anche se nel frattempo stiamo cadendo. Perché la bellezza vicino alla miseria risplende di più.

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