Tasti bollenti

di Alessandro Raponi.

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Facebook è come tutti sappiamo il social network utilizzato da circa un miliardo di persone nel mondo, secondo i dati del 2012.  Riconosciuti le innovazioni e il supporto dato alla comunicazione, all’informazione e alla cultura, non v’è tuttavia da escludere il pericolo di una degenerazione della libertà di espressione tramite foto e soprattutto scritti.
M’è capitato di seguire l’ultima vicenda del malore di Pier Luigi Bersani attraverso commenti ai vari post delle testate giornalistiche su Facebook. “Muori Bersani. Spero che arrivi morto all’ospedale”, tuonava uno. “Vai a smacchiare i giaguari nell’aldilà…”, ordinava un altro.
Il proverbio un tempo recitava: la morte non si augura nemmeno al tuo peggior nemico. Buona parte delle democrazie occidentali ha lottato aspramente per veder riconosciuta la loro libertà di espressione, il loro diritto a dire, scrivere senza censura, sembra, però, che dove trovi sfogo la libertà di uno, un altro perisca. Irrimediabilmente. La libertà dovrebbe avere come presupposto l’attenzione per l’essere umano, in quanto necessità dell’uomo: non esiste libertà dove si va a ledere la libertà e la sfera intima altrui.
Identica cosa accaduta a Schumacher, che lotta ancora fra la vita e la morte in Francia: poco dopo essere stato ricoverato, e accertate le sue delicate condizioni, sono comparsi su Facebook gruppi di persone che recitavano: “Ciao, Michael, R.I.P. (RIPOSA IN PACE)”. Lo sciacallaggio sulla famiglia di un uomo in gravi condizioni quanto somiglia alla libertà di espressione?
Non c’è neanche da dimenticare, nel considerare i vari aspetti della libertà d’espressione, il trattamento nei confronti degli omosessuali. Credo innanzitutto che le idee di ognuno sull’omosessualità siano personali e insindacabili, nessuno, al di fuori della legge, può imporre che qualcosa sia giusto, sbagliato, indifferente, impraticabile. L’intollerabile sta nel crollo delle barriere civili, nell’esporre in maniera violenta e volgare il concetto. Di recente mi è capitato di imbattermi in un commento di un uomo su un post privato di Facebook che asseriva con testuali parole sgrammaticate: “Vabbene *** ma io sono dell’idea che fanno schifo e li fucilerei uno ad uno gira un po per l’Italia e vedi quando schifo fanno, e poi ieri se ne è ucciso uno che me frega ce ne sono sempre troppi in giro poi se si chiudono dentro la loro casa se ponno fa da in culo da chi vogliono l’importante è che fuori non facciano schifo”. A noi l’ardua sentenza. L’omofobia in tanti affermeranno che è un problema sociale diffuso, non c’è da stupirsi. Invece no, l’indignazione personale c’è per la libertà negata, nel confine stretto fra libera espressione e puro insulto. Per la violenza psicologica suscitata negli individui, una delle tante trame che dà vita al suicidio. Ultimo caso Alessandro, ventunenne di Torpignattara, buttatosi dal balcone la notte della Befana. Era depresso da tempo ma accettava pienamente la sua omosessualità, come tutta la sua famiglia e i suoi amici, hanno riferito i famigliari. Resta un post, sempre su Facebook: “Perché insultare un gay non è un reato?”
E’ lecito porre un limite a tutto questo? Anche lì v’è pericolo di un espatrio in terra di censura, ma il rispetto per la dignità dell’uomo dove va messo?      

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