A colloquio con il colonnello Kalenda, comandante della Guardia di Finanza

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fotoPerché ha scelto questa professione?

All’ultimo anno di liceo, nel lontano 1986, ormai 27 anni fa, mi sono trovato di fronte alla scelta di ogni giovane di quell’età: cosa fare nella vita.
In realtà è stato qualche mese prima: infatti, il concorso per entrare in Accademia viene bandito l’anno precedente e le prove vengono svolte durante l’ultimo anno scolastico. Volevo fare qualcosa di utile nella vita. All’epoca, così come voi oggi, avevo degli ideali, delle speranze, una vita davanti ed alle spalle un background di studente impegnato nelle attività di volontariato nel quartiere e nella parrocchia.
Ho scelto di essere utile alla società nel campo economico, perseguendo l’esigenza di legalità economica di cui il nostro Paese aveva (e tutt’oggi ha) bisogno. Da quel momento, ho dedicato tutta la mia vita a questo progetto: tutto ciò che è venuto dopo è stata la conseguenza di quella scelta.
Inoltre, i miei genitori erano dipendenti statali: mio padre alle poste e mia madre maestra elementare.
La scelta di intraprendere questa carriera è stato per loro un motivo d’orgoglio, per me un punto di arrivo.

Di che cosa si occupano le Fiamme Gialle?

La Guardia di Finanza è un’istituzione complessa, siamo circa 60 000 uomini.
Come corpo di polizia a vocazione specialistica, diamo il nostro contributo per cercare di assicurare la legalità nel settore economico-finanziario.
Questo compito è declinabile in vari settori: innanzitutto quello fiscale, con un forte impegno nella lotta all’evasione; poi quella della lotta agli sprechi della spesa pubblica; infine, quello del contrasto alla criminalità organizzata (‘ndrangheta, mafia e la camorra) ed ai suoi tentativi di infiltrazione nel tessuto legale dell’economia, al fine di inquinarlo con l’impiego di capitali provenienti dal mondo dell’illegalità, come ad esempio quelli illecitamente accumulati attraverso il traffico di stupefacenti o attraverso le estorsioni e l’usura.
La Guardia di Finanza, in sostanza, presidia questi aspetti della sicurezza economica del Paese, assicurando che le dinamiche del libero mercato si sviluppino secondo canoni di legalità.

Come è arrivato a diventare capo della Guardia di Finanza a livello provinciale? Quale percorso bisogna fare per diventare finanziere e quali qualifiche bisogna avere?

Tutto nasce dal giorno in cui sono entrato in Accademia. Da lì parte un percorso di formazione, che allora (nel 1986) era quadriennale (mentre adesso è di cinque anni: tre di laurea breve e due di laurea specialistica, come per l’università).
Durante il periodo di formazione, l’Accademia prepara gli ufficiali ad affrontare i carichi di responsabilità  in tema di gestione del personale dipendente, al quale sono dedicati differenti percorsi formativi ed addestrativi a seconda della categoria d’appartenenza.
I gradi superiori vengono poi acquisiti o per anzianità o per merito: ad ogni passaggio c’è comunque un organo predisposto alla valutazione dei candidati, secondo criteri di merito o di sola anzianità (dopo un certo numero di anni si passa al grado successivo).
Nel corso della carriera, l’ufficiale viene “testato”in diverse situazioni: si parte, nel grado di tenente, con incarichi di comando di reparti minori, composti da 30/40 uomini che si occupano dei servizi d’istituto in una porzione limitata di territorio. Con il grado successivo di capitano, aumentano le responsabilità, sia in funzione del numero (accresciuto) di personale alle dipendenze, sia in termini di compiti assegnati. Questo sistema fa sì che un ufficiale possa essere valutato in vari incarichi sempre più importanti, in modo da capire quali siano le sue capacità.
Nei gradi superiori (maggiore, tenente colonnello, colonnello) vengono assegnati altri incarichi, con compiti e responsabilità adeguati al nuovo ruolo (ad esempio, ufficiale istruttore in accademia, incarichi presso il Comando Generale del Corpo o presso alcuni Reparti Speciali). Nel grado di colonnello, uno tra gli incarichi previsti è proprio quello di Comandante Provinciale. Poi ci sono tre gradi di ufficiale generale: il generale di brigata, che può svolgere, ad esempio, l’incarico di comandante provinciale in capoluoghi di regione (quindi in città e province più popolose, in cui il tessuto economico e la presenza di altre istituzioni di livello maggiore richiede la presenza, al comando del reparto, di un ufficiale esperto e di grado adeguato). Poi il generale di divisione e, infine, il generale di corpo d’armata (tra questi, che sono solo 10, uno è il Comandante Generale del Corpo).
Tornando alla domanda sulla mia esperienza personale, il mio percorso, dopo l’Accademia, è proseguito presso una Tenenza, in quel di Genova. Da capitano, ho tenuto il comando di una compagnia in una zona di confine con la Svizzera, nella parte Nord della provincia di Varese. Poi ho ricoperto altri incarichi: in Accademia come ufficiale istruttore, per seguire i ragazzi nelle attività quotidiane e per condividere le esperienze di servizio maturate  fino a quel momento; poi presso i Nuclei di Polizia Tributaria di Milano e Savona, particolarmente impegnati nelle attività ispettive di natura fiscale; poi presso il Comando Generale del Corpo, in incarichi di staff; infine al Comando Provinciale di Latina.
Perché Latina? In realtà avrei potuto essere assegnato a qualsiasi altro Comando Provinciale di pari livello, fatta eccezione per eventuali incompatibilità, dovute, ad esempio alla presenza di parenti ed affini impegnati in attività commerciali nei luoghi di pertinenza.
Questo è uno dei criteri per la scelta delle destinazioni: è ovviamente inopportuno porre al comando di un reparto un ufficiale che, in quella zona (noi la chiamiamo “circoscrizione”), ad esempio, ha il fratello che esercita il commercio, lo zio che esercita una professione, o cose del genere.

Come la sua professione ha influenzato la sua vita personale?

Innanzitutto, frequentando l’accademia, da ragazzo, appena dopo il liceo. Già qui c’è la prima influenza, forse quella determinante, perché ha segnato il resto del mio percorso professionale e di vita. Chi fa questa scelta deve essere consapevole che trascorrerà 5 anni senz’altro diversi rispetto a quelli di un coetaneo. Ovviamente non parlo per esperienza personale (essendo entrato in Accademia appena dopo il liceo, non ho frequentato l’università), ma ricavo questa impressione attraverso la vita vissuta, nello stesso periodo storico, dai miei compagni del liceo, che invece hanno frequentato l’università. La vita accademica, specialmente all’inizio, è una vita dura e con diverse rigidità (dalla mattina alla sera si è inseriti in un contesto di operazioni già pianificate e da effettuare nel modo previsto). Tutto deve essere fatto secondo le regole: dalla barba della mattina, al rifacimento del letto, all’ordine degli armadi, allo studio in classe, alle esercitazioni militari, al consumo dei pasti a mensa, fino alla sera.  Poi, dopo il periodo di formazione in accademia, si viene assegnati ai reparti, presso i quali si rimane solo per un certo numero di anni (3/4). Questo è il secondo elemento che, per ovvi motivi, incide i maniera determinante sulla vita personale di ogni ufficiale.
Tornando alla mia esperienza personale, sono stato due anni a Genova, uno a Milano, due a Bergamo, tre a Varese, due a Savona, cinque anni a Roma, altri due anni a Bergamo e ora sto concludendo il terzo anno a Latina. È indubbio che ciò comporta delle ricadute sulla vita personale di ognuno di noi: c’è chi sceglie di avere la propria famiglia con se presso ogni luogo di servizio, altri invece eleggono un domicilio fisso e, quando vengono trasferiti in altri incarichi presso sedi diverse, vedono la famiglia solo nei week end e nelle festività.

Ma c’è possibilità di fermarsi, di stabilirsi, ad un certo punto della carriera?

Per gli ufficiali direi di no, ed il motivo è condivisibile: è bene che chi si trova in posizioni di vertice sia soggetto ad una certa rotazione. Non frequentissima, perché bisogna avere il tempo di conoscere le situazioni, il personale alle dipendenze, il territorio e le dinamiche criminali del luogo. Questo si può maturare in 3/4 o 5 anni al massimo. Una permanenza eccessiva potrebbe rivelarsi inopportuna. Un funzionario dello Stato deve riscuotere sempre la piena fiducia della cittadinanza, delle istituzioni e del contesto esterno in cui si trova.

E’ difficile coordinare il corpo a livello provinciale? Ci sono difficoltà?

Come tutte la macchine complesse, la Guardia di Finanza ha le sue complessità e le sue criticità, che oggi più di ieri derivano, in larga parte, dalla scarsità di risorse (un problema che affligge tutta la pubblica amministrazione). Il Comando Provinciale è composto da dieci reparti: due compagnie, una alla sede e una a Fondi, due tenenze, una ad Aprilia e una a Terracina, quattro brigate (Sabaudia, Cisterna, Ponza e Ventotene), un gruppo a Formia e un nucleo di polizia tributaria qui a Latina. Il mio primo compito, dunque, consiste nel coordinare questa “macchina complessa” di reparti: può capitare che vi siano convergenze, sovrapposizioni, complementarietà nelle indagini in corso in vari reparti; in altri casi, possono emergere convergenze con altre istituzioni a livello provinciale (polizia, carabinieri, agenzia delle entrate). Inoltre, il mio livello gerarchico funge da raccordo con i comandi superiori, nel quadro di una catena di comando che deve veicolare il flusso delle disposizioni e delle informazioni dal basso verso l’alto e viceversa, con immediatezza e senza soluzioni di continuità. Infine, sono il responsabile dei rapporti con gli organi di informazione (stampa, radio, televisione, internet), affinché la cittadinanza venga correttamente informata circa le attività del Corpo nella Provincia.

Quali sono le problematiche che ritrova in questa provincia?

Come vi ho detto, la Guardia di Finanza si occupa di evasione fiscale, di controllo della spesa pubblica e di lotta alla criminalità economica (organizzata e non). Il tutto per far recuperare risorse alle casse dello Stato. La nostra provincia, così come tutte le altre d’Italia, presenta fenomeni di criminalità e malcostume non meno frequenti e perniciosi rispetto a quelli che caratterizzano altre zone del Paese. Qualche volta, purtroppo, siamo costretti a guardare anche al nostro interno, agendo senza dubbi, nella massima trasparenza e con la giusta severità, anche e soprattutto nei confronti di chi tradisce la fiducia dei cittadini. Questo, per un comandante, fa male, ma è un imperativo categorico. È come se, all’interno di una famiglia, ci si accorgesse della presenza di un componente che non persegue il bene della famiglia stessa.

Una curiosità: come si svolge un’indagine? E’ tutto vero quello che vediamo in TV, dove le indagini si aprono e si chiudono nel giro di ore, al massimo pochi giorni?

Dipende dal tipo di indagine e dal tipo di reato, in funzione dei quali esistono differenti percorsi investigativi. La gran parte delle indagini si concretizza in una complessa ed articolata serie di attività, con l’utilizzo di mezzi tecnici moderni e sofisticati (ed anche costosi). Per provare un reato, spesso occorrono intercettazioni ambientali e telefoniche, pedinamenti, appostamenti, ma anche attività di ufficio, con riscontri sulle carte e con l’uso delle tante banche dati a disposizione.

La ringraziamo molto.

Vorrei aggiungere una cosa. Si tratta solo di un augurio: che possiate avere, per il vostro futuro, la stessa fortuna che ho avuto io nello scegliere questa professione. Io mi reputo fortunato, perché la vita mi ha messo nella condizione di operare per qualcosa di buono, di positivo, di utile per gli altri. Non tutti i miei coetanei hanno avuto questa opportunità; non tutti hanno avuto la possibilità di scegliere la parte del campo in cui giocare. A me è stato fatto questo dono. Fare bene o fare male dipende (quasi) esclusivamente da me. Buona fortuna anche a voi.

 

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