La polvere invade il Cafaro

di Alessandro Raponi.

“C’è stato un giorno in cui si è sperato che la luce non lasciasse mai spazio al buio…”, è il ricordo di quattro anni fa, all’Aquila. Correva l’anno 2009, il 6 aprile alle 03.32. Sono stati sufficienti 23 secondi per distruggere secoli di storia, di cultura, di vita. Tutto si è sbriciolato per colpa di un alieno insinuatosi sotto terra e le lampade appese a dei fili sul palco iniziano a dondolare avanti e indietro. “Sotto un cielo di polvere”, diretto da Stefano Furlan, il racconto di tante sensazioni impastate di macerie,  paura e  coraggio nella giornata del 6 aprile e nei mesi seguenti. Incluso nella seconda stagione della rassegna culturale LIEVITO, sabato 4 maggio lo spettacolo ha registrato, sin fuori le porte, un boom di presenze e un boato di applausi al termine della rappresentazione. Tre attori si sono cimentati per la quinta volta, la prima sul palco del Teatro Cafaro di Latina: Michela Sarno, Morris Sarra e Lara Lasala, narrando gli eventi di quella triste giornata, storie che si perdono fra le macerie, i vili giochi del potere e della cronaca. La professionalità che vien fuori è figlia dei sentimenti incollati alle loro parole e ai loro gesti, alla formidabile capacità di essere ironici, tragici ed eroici alo stesso tempo.

L’opera vuole essere una denuncia verso quella noncuranza che ha fatto sprofondare l’Aquila alle 3.32 del 6 aprile, verso chi sapeva benissimo di non poter rassicurare la popolazione e verso la corruzione precedente al terremoto e la speculazione successiva.  Commovente e spiazzante, lo spettacolo di Stefano Furlan è un’opera di importante valore etico, sociale e storico, un mezzo per tentare di purificare la nostra coscienza polverosa di cittadini che osserviamo e non parliamo, e poi ci indigniamo.

Con utilizzo di elementi semplici, la scena viene allestita con tre lampade centrali e una libreria sul fondo dentro la quale si trovano gli oggetti che poco dopo saranno scaraventati a terra dall’irrefrenabile furia della natura. Oltre a tutto ciò, il palco viene inondato da un’enorme nuvola di polvere… è la cultura che crolla per le strade e le insozza, diventando semplice breccia che scoppia dalle buste. Ma non è solo questo a morire, c’è anche la vita che non trova più la sua essenza specchiandosi nella durezza del cemento, ci sono ferite insanabili di un padre che non è stato in grado di salvare i suoi figli –“ Io che vi avevo costruito una bara di sassi, sono vivo e non so il perché…”-. Il terremoto non spacca solo la pietra, spacca l’anima e sfregia il cuore per sempre. Il linguaggio semplice scheggia anche la sensibilità dello spettatore, che è costretto, da un misterioso imperativo categorico, a riflettere, sulla sua piccolezza o sulla sua impotenza.

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