Intervista a Claudio Volpe

di Alessandro Raponi.

Sorpreso un po’ dal non ritrovarmi un colosso a stringere la mia mano, come la mia piccola immaginazione s’aspettava, verso le 5 del pomeriggio ho incontrato Claudio Volpe, scrittore di 22 anni della nostra provincia, presso la libreria Feltrinelli. Abbiamo discusso prima della presentazione del suo nuovo romanzo, STRINGIMI PRIMA CHE ARRIVI LA NOTTE, su alcuni nodi delicati come il male, l’amore, la sua attività di scrittore e la sua concezione di uomo. Un ragazzo curioso, che con gli occhi azzurri vispi si aggrappa ad ogni particella della realtà con la stessa rapidità con cui articola le sue parole.

Alessandro Raponi: Allora, Claudio, da una prima lettura del tuo romanzo IL VUOTO INTORNO ciò che mi ha colpito immediatamente è stata la tua attenzione verso l’uomo come essere, alla sua condizione, alle sue problematiche, affrontandole in maniera molto precisa, molto rigorosa. Per un ragazzo della tua età, 22 anni, potrebbe suonare piuttosto insolito. Da cosa proviene questa scelta di affrontare in modo così viscerale l’uomo nella sua complessità?

Claudio Volpe: Ciò che maggiormente m’interessa è appunto questo attaccamento all’umanità. Io credo che scrivere sia indagare la natura umana e celebrare la complessità della realtà. Il termine uomo e il termine umanità sono due guide per me, sono due parole provenienti dal latino humus, che vuol dire terra. Infatti se andiamo a vedere i testi antichi, i testi sacri come la Bibbia, l’uomo è plasmato dal fango da Dio e domina da sempre la storia del Mondo. E l’Uomo m’interessa perché il nostro pianeta è abitato da uomini e tutti i legami che nascono fra persone mi piacciono; mi piace descrivere l’uomo nel male, nel peccato, nel dolore e come riesce a comportarsi in queste precise situazioni. E’ anche per me una ricerca interiore, scoprire, scrivere l’uomo mi permette di capire me stesso.

A: In questa scoperta di te stesso, quanto c’è di Claudio nella sua scrittura?

C: Premetto che le esperienze raccontate non sono situazioni toccate a me direttamente. Io dico sempre: non sono storie autobiografiche, ma io ci sono dentro, la mia vita in un modo o nell’altro è inserita all’interno della mia scrittura. Quello che fanno i miei personaggi è il modo in cui mi comporterei io. Non vi sono mie vicende, ma la mia sensibilità è completamente autobiografica.

A: E con questo ci colleghiamo alla domanda che intendevo farti. Un’altra impressione che il tuo libro mi ha dato è questo continuo sguazzare, quasi masochistico, nel male. Tu mi hai detto che la scrittura è una ricerca, non necessariamente autobiografica, per te; cosa mi puoi dire su di te rapportandoci all’impressione che emerge dal libro?

C: Io sono completamente l’opposto rispetto ai personaggi del mio libro. Io sono una persona normale, che fa cose normali, cose banali o esaltanti come tutti. Io penso che lo scrittore sia essenzialmente un attore, e deve svolgere un ruolo che gli permetta di metabolizzare e interpretare a suo modo una storia, immedesimandosi nella sensibilità altrui. Secondo me lo scrittore deve essere un soggetto che ingloba dentro di sé un po’ di tutto: tutte le età, tutte le sensibilità, che sappia esprimersi come una donna o come un uomo; lo scrittore credo debba essere una sorta di mostro, come l’artista in generale, una persona testarda ma che sappia tremare sempre davanti la complessità delle cose, che sia affascinato dalla vita e sia in continua ricerca degli altri e di se stesso in rapporto agli altri.

A: Toglimi una curiosità. Hai dato al protagonista e al figlio de IL VUOTO INTORNO i nomi rispettivamente di Achille ed Ettore. Perché?

C: Rievocano l’Iliade. Poiché fra questo figlio e questo padre è come se s’instaurasse un rapporto conflittuale, come nell’Iliade, c’è il rispetto degli eroi omerici ma questo scontro costante. Il padre avrà sempre difficoltà ad accettare le problematiche di suo figlio e c’è anche un problema di incomunicabilità fra loro. Io combatto quest’idea dell’incomunicabilità, credo anche se si parli lingue diverse, si viva culture diverse bisogna agire su quei muri che appaiono insormontabili. L’importante è avvicinarsi, comunicare con l’altro nel momento in cui non si comprende la sua posizione, una volta compresa la posizione dell’altro significa accettare se stessi, cioè filtrare la sua realtà attraverso la nostra.

A: Ad un certo punto del libro definisci l’amore come la voglia di dire nell’istante fra la vita e la morte. Nello sviluppo della storia appare come l’unica forza in grado di risolvere i problemi dell’esistenza. Credi davvero che l’amore sia la soluzione a tutto? La madre di Achille era circondata da amore, eppure non ce l’ha fatta.

C: Non credo sia sempre possibile salvarsi mediante l’amore, ma credo che almeno ci si possa provare. E’ l’unica speranza che abbiamo. Non vi sono certezze in questo mondo, non ho la certezza che nemmeno uscendo da qui sarò vivo. Però l’obbiettivo a cui miro è questo, l’amore, un’educazione al rispetto dell’amore. L’amore è l’antidoto contro la morte. Non si può impedire ad una persona di credere o aspirare nell’amore, c’è troppa confusione oggi attorno a questa tematica, ecco perché è necessaria un’educazione che gli permetta veramente di diventare davvero l’inno alla vita.

A: Leggendo altri autori come Murakami o la Mazzantini che affrontano a loro modo il tema del male o della tragicità dell’esistenza, noto che ad un certo punto c’è una speranza in mezzo a tutto quel soffrire. Nel tuo romanzo, in particolar modo nella parte centrale, ho osservato una mancanza di luce: un susseguirsi di avvenimenti negativi che non danno speranza. Perché questa scelta?

C: IL VUOTO INTORNO dà l’idea di una circonferenza, un susseguirsi di eventi drammatici e di male. La mia intenzione era di esprimere un concetto metaforico ben preciso: la via di fuga da questo cerchio non è possibile, è possibile piuttosto imparare a danzare all’interno di questo cerchio e tramutare il tutto in poesia. Poesia intesa come parola proveniente dal verbo greco poieo, che significa FARE, cioè la capacità della letteratura di incidere sulla realtà, di tramutare il male del mondo in poesia, di realizzare qualcosa di davvero concreto.

A: Qual è la tua vita attuale da scrittore? Che evoluzione c’è stata?

C: Prima cosa sono aumentati gli impegni, presentazioni, attività legate al giornalismo. La cosa più bella è sicuramente la possibilità di girare l’Italia e conoscere tante persone, ogni giorno che passa mi sento meno solo e arricchito dalle nuove conoscenze. Per il resto quello che ero lo sono ancora, forse più fortunato.

A: Ad un giovane che vorrebbe inserirsi nel mondo della letteratura o della scrittura, cosa consiglieresti?

C: Di avere molta tenacia, molto coraggio e non arrendersi. Io ho avuto la fortuna di essere preso in considerazione immediatamente, ma a chi ha talento, chi è bravo a scrivere consiglio di essere coraggioso nell’affrontare tutto quello che avviene. Quello che deve accadere, accadrà, questo è quello che ho imparato dai grandi scrittori. Sicuramente scrivere deve prescindere dal desiderio di essere pubblicati, dal desiderio del mercato, ma non può prescindere da una base fondamentale: la lettura. Fare tanti corsi di lettura più che di scrittura, ecco il mio consiglio. Leggere classici, ma cercare opere complesse nel quotidiano.

A: A quali scrittori ti ispiri?

C: Alle scrittrici, nella poesia e nella prosa. Credo che le donne siano molto più acute, molto più complesse nella realtà che descrivono e sono quelle che si piegano di meno all’esigenza del mercato

A: Cosa significa essere una persona per te, Claudio?

C: Paradossalmente persona significa un soggetto che indossa una maschera, non una connotazione molto positiva. Per me significa essere un uomo, ricordarsi la propria derivazione dall’humus: l’essere una persona fra le persone, non dimenticarsi degli altri per guardare qualcosa di superiore a se stessi, rispettare la dignità altrui.

A: Ti ringrazio.

Latina, 22/04/2013 Alessandro Raponi

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