Un milione di punti un milione di problemi

di Alessandro Raponi

Pettegolezzi, frustrazioni, ipocrisie e cattiverie, domenica 24 febbraio (a seggi elettorali ancora aperti) la piccola sala teatrale di Latitudine Teatro a Latina  si apre con due schiere di donne che danno le spalle al pubblico, pronte a dare il meglio di sé. Germaine, casalinga di una provincia del Canada francese, ha ricevuto in dono un milione di punti con i quali ha intenzione di rinnovare il suo modesto appartamento. Desiderosa di aizzare l’invidia delle sue vicine, Germaine chiederà loro di aiutarla a completare le schede per la raccolta.

“Cognate”, opera del drammaturgo canadese Michel Tremblay, è la storia di tante storie che si ritrovano a convivere in una cucina un po’ forzatamente, ognuna disgustata dall’altra. I pensieri delle donne vengono repressi nella società, condannate a vivere come esseri frustrati e bigotti, e trovano come unico sfogo il rifugiarsi in se stesse, mettendosi a nudo con il pubblico mentre le altre rimangono pietrificate con i bollini in mano. Una ragazza ha bisogno di un uomo con cui vivere da innamorati, una donna racconta come ha imparato a ridere a quarantacinque anni, un’altra narra le voglie continue e degradanti di suo marito; sono situazioni incomprensibili agli altri, troppo forti e violente per andare a macchiare la rispettabilità cattolica che impedisce loro persino di pronunciare il termine pillola anticoncezionale. La finzione però non dà loro scampo, l’allegria della musica si rompe con gli sguardi che si abbassano e scoppiano in lacrime.

Stefano Furlan aggiunge un altro prezioso elemento alla sua produzione, lasciando in scena poche sedie, tre scatole di cartone e due microfoni che fanno da scarico a tutte le brutture che avvolgono quella compostezza e quella facile capacità di giudicare. Le attrici – e l’attore-, della sezione adulti-alta formazione della scuola, con la loro comicità e tragicità sono perfette nella rappresentazione delle tipiche cognate di provincia, il loro sguardo vale spesso più di mille parole, è gonfio di repressione e timidezza, rivela la spietatezza e la grettezza, ma anche un’incapacità di risolversi rivoluzionando se stesse. Nella semplicità dei costumi anni ’60 e di una scenografia essenziale, si confrontano realtà diverse e troppo complesse, ma forse allo stesso tempo vicine, se solo si volesse. Il cambio delle luci è una bolla nella quale la coscienza trova sfogo, una bolla dentro cui nessuno può entrare un po’ perché non è permesso, un po’ perché l’uomo spesso è incapace di comprendere.           cognate-2

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Stefano ha detto:

    grazie Alessandro… la tua capacità di cogliere piccoli particolari di un lavoro complesso è prova dello spessore con il quale lasci posare il tuo sguardo sulla scena ! Ancora complimenti !

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