Matteo Belli racconta la “sua” commedia

A cura di Ilaria di Marco

Domenica 17 febbraio 2013. A un giorno dal suo spettacolo “Inferno di Dante-visita guidata” nel nostro liceo, Matteo Belli, attore, regista e interprete, tiene un seminario nel laboratorio teatrale Opera Prima di Latina. E’ sera e l’ edificio si presenta alquanto anonimo, ma appena aperta la porta si sente un bel coro: un cerchio di persone scalze e inginocchiate canta diretto dall’ attore bolognese che, accucciato al centro, dà indicazioni e invita tutti a essere uniti; un’ ombra gli cade sul volto segnandolo e nascondendo gli occhi concentratissimi sui suoi allievi. Finita la lezione si cambia e si accomoda su una sedia.

Perché ha scelto di recitare la Divina Commedia?

Perché è un testo di una potenza straordinaria, che tocca temi atroci, ma anche di una vitalità che pochi hanno raggiunto. C’ è un’ universalità di temi e questioni, motivi di sconforto della vita umana e occasioni di ritrovarsi. Per me ogni spettacolo è un rito e questo l’ ho pensato come una sorta di difesa dalle barbarie politico-culturali dell’ Italia.

Qual è quindi l’intento del suo lavoro?

È questo. Faccio cose per bambini di 3 anni che gli adulti non riescono a sostenere, come Marzabotto, ma il conflitto fa parte del gioco, è sempre un modo di conoscere l’ altro. L’ obiettivo è di incontrare il prossimo, mi sento bene quando sento che il pubblico mi segue.
Il teatro ha un compito maieutico, rivelare l’animo dello spettatore.

Si è mai identificato o ha provato simpatia per un personaggio della Commedia in particolare?

Veramente no. Il lavoro cominciò nell’ estate del 1998 in un momento in cui non sapevo più il significato dell’ amore e un giorno istintivamente ripresi il V canto, non lo aprivo da molto. Avevo bisogno di belle parole, la parola di un poeta militante nell’animo umano. Poi lo portai a un festival e mi chiesero di farne uno spettacolo. Tutto però è iniziato con Paolo e Francesca e in questo senso mi sono più cari.

Come riesce a riprodurre così tanti timbri vocali?

C’ è stato molto gioco in questo, da bambino imitavo le voci. Una volta cresciuto ho seguito un seminario con De Bartholomeis e nel 2004 grazie al professor Fussi ho fatto uno studio sulle capacità vocali. È vero che gli altri giudicano buone le cose che per te sono banali, sono rimasto basito da un’ accoglienza così calorosa da parte del mondo della vocologia. Dal 2008 ho anche iniziato a prendere lezioni di canto, il mio lavoro richiedeva uno studio più approfondito.

Ha l’abitudine di fare qualcosa poco prima di uno spettacolo?

Un training vocale, corporeo e respiratorio di circa un’ ora, poi una richiesta agli dèi prima di entrare in scena perché è un luogo particolare dove ci esponiamo, un luogo di potere con grandi diritti e doveri, devo chiedere un’energia che altrimenti non avrei. Il camerino per me è come un utero da cui nascere e poi ritornare, ha molto a che vedere con il ciclo della vita.

Come è nata la passione per il teatro?

Avrò passione per il teatro io? Non so se voglio fare teatro io o qualcos’altro. Forse quello che faccio è un po’ come disse Pidal: “Giullare è chiunque si metta davanti a un pubblico a recitare qualcosa davanti agli altri”. Tutto è teatro e forse questa è solo una mia forma di farlo. Mi emoziono quando vedo che l’ attore riesce a condividere qualcosa con l’altro.

Alcuni la definiscono come “il nipotino di Dario Fo”: è d’accordo?


Per me è stato il primo grande maestro che ho avuto, un esempio nel mio lavoro giullaresco per il gusto del raccontare. Ora però quello che faccio si è distaccato da questa scia, a differenza sua ho sempre preferito recitare i testi originali.

Quali consigli darebbe a qualcuno che volesse seguire le sue orme?

Di alzarsi la mattina e guardarsi allo specchio,  se senti il bisogno di farlo ancora allora fallo, ma bisogna pensarci bene perché oggi il mondo del teatro è infido. Se veramente senti che non puoi farne a meno puoi anche andare contro tutto e tutti. Io infatti comincio le mie lezioni chiedendo “perché sei qui?”: se la partenza non è chiara è facile perdersi, o se hai successo questo è pericoloso perché non parla di te, al contrario se hai le idee chiare anche se sbagli puoi facilmente correggerti.
Mi dà fastidio quando l’ attore dice “io sono quello che…” riferendosi in realtà al personaggio che interpreta. A volta si ha questo rapporto confuso con il personaggio, ma bisogna staccarsi da questo, vivere la propria vita. Questo s’impara a farlo imparando il mestiere, altrimenti i modelli sono sbagliati.

Molti definiscono la nostra epoca come vicina a quella medievale: concorda?

Dipende da cosa s’ intende per Medioevo, in circa mille anni c’ è molta vitalità. La Chiesa ha fatto nascere il teatro perché gli attori sapevano comunicare meglio di altri. In un’ epoca priva di qualsiasi amplificazione del suono parlare nelle piazze affollate non doveva essere facile, per cui evidentemente c’era anche un’attenzione particolare da parte del popolo. Potremmo fare molto oggi se avessimo una tale capacità di richiamare l’attenzione, noi attori dovremmo fare di più perché oggigiorno si fa fatica a capirsi. Di medievale abbiamo pericolo autocratico, che ciclicamente compare nella storia, e la “creduloneria”.Fino a quando vogliamo abusare della nostra pazienza? Crediamo ancora a chi ci dice che darà 4 milioni di posti di lavoro quando non può darne nemmeno uno. Ecco, questo è molto medievale. Maulucci mi fece riflettere sul fatto che stiamo ancora a Paolo e Francesca, alla violenza, agli atti di gelosia, perché sono antropici.

Progetti per il futuro?

Mi piacerebbe scrivere composizioni musicali per un’orchestra di attori, ma una vocalist argentina mi ha fatto notare che ci vorrebbero più di dieci anni. È il mio sogno.

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