Crociate 2.0

Siria: nuova frontiera dell’espansionismo occidentale di Federico Savastano.

E’ di mercoledì la notizia di un attacco aereo da parte di Israele contro un centro di ricerca siriano presso la capitale Damasco. E’ l’ennesima notizia proveniente da un medio oriente sempre più carico di tensione, dove a farla da padroni sono sempre la violenza e la legge del più forte (non solo militarmente), quasi sempre ai danni della popolazione civile.

Ma la questione siriana è piuttosto complessa e l’informazione “impegnata” delle televisioni e dei giornali di Stato non ha fatto altro che incrementare la nostra difficoltà nel comprendere una situazione già di per sé complicata.

La Siria si trova in una situazione di apparente “guerra civile” dal marzo 2011, da una parte il governo rappresentato da Bachar-al-Assad, esponente del partito Ba’th di ispirazione socialista, e dall’altra i “ribelli”.

Bisogna ricordare che lo scorso anno diversi moti di rivolta stravolsero il mondo arabo, rovesciando regimi e governi da tempo sedimentati: prima la caduta del presidente tunisino Ben Ali, poi il premier egiziano Mubarak, e infine l’uccisione di Mu’ammar Gheddafi. Rivoluzioni dall’innegabile spinta popolare che, forti dell’appoggio più o meno dichiarato di Onu o Nato, sono state in grado di rovesciare lo status quo e portare all’instaurazione di nuovi regimi o governi.

La Siria si trova tuttavia in una situazione profondamente diversa: quella che sta avvenendo in Siria non è una guerra civile, bensì un vero e proprio attacco esterno: difatti il cosiddetto “Libero Esercito Siriano” si è rivelato essere un conglomerato di commandos terroristici legati ad Al Qaeda e segretamente foraggiati dagli Americani, da Israele, dalla Tunisia e dal Qatar. A sostegno di questa tesi il fatto che ben pochi dei “ribelli” catturati dalle forze governative siano effettivamente siriani: la maggior parte di questi sono infatti contractors e mercenari stranieri al soldo delle potenze occidentali.

Il motivo che spingerebbe gli Stati Uniti e Israele a voler fomentare o pubblicizzare una rivolta di popolo che invece non c’è, sta nella politica estera del governo di Assad, intenzionato ad estendere la zona di influenza siriana fino alle alture del Golan e a voler ridare alla Siria un ruolo di primo piano sullo scacchiere mediorientale. Questo non può ovviamente andare giù a Washington e a Tel Aviv, decisi ad accaparrarsi le enormi risorse di cui dispone il Medio Oriente e altrettanto decisi quindi ad eliminare un potenziale nemico rappresentato da una nazione sovrana, sostituendolo con un ennesimo Stato-fantoccio.

Tuttavia, il collaudato copione del soccorso internazionale ai rivoltosi (vd. Libia) questa volta non è andato a buon fine, causa il veto posto da Russia e Cina ad un intervento militare Onu volto a ristabilire “pace e democrazia” nella zona. Ad alzare la tensione lo spostamento della flotta russa sulle coste siriane, ulteriore deterrente contro interventi statunitensi diretti. Pertanto la guerriglia dei “ribelli” contro il legittimo governo di Assad e il popolo siriano continua senza tregua, con enormi danni alla popolazione civile e alle città. Fa rabbrividire la notizia dell’arruolamento massiccio di minorenni tra le file del libero esercito siriano: non trovando l’appoggio della popolazione, i terroristi si vedono costretti a sequestrare bambini anche di soli tredici anni per impiegarli sui campi di battaglia o nella guerriglia strada per strada. Human Rights Watch denuncia anche arresti, rapimenti e torture a danno dei civili.

A sottolineare la posizione di legittimità del governo, il leader siriano ha dichiarato in un’intervista rilasciata in autunno ad una giornalista russa :”il problema non è tra me e il popolo, non ho dei problemi con il popolo, il problema è che gli Stati Uniti sono contro di me, l’Occidente è contro di me, molti Paesi arabi e la Turchia sono contro di me. Il popolo siriano è contro di me allo stesso modo? Allora perché io sono ancora al mio posto?” infatti il presidente Assad non ha mai parlato di guerra civile, ma di un vero e proprio attacco esterno contro la Siria, ordito da quelle stesse potenze che tutto hanno da guadagnare dalla disarticolazione del potere di una delle poche nazioni rimaste veramente sovrane.

Sebbene gran parte del mondo occidentale (tra cui l’Italia) sia dichiaratamente schierato col fantomatico esercito ribelle, la Siria ha trovato dei preziosi alleati tra i suoi vicini: l’Iran, nemico storico di Israele e delle sue folli politiche espansionistiche, ed Ezbollah, partito di resistenza libico, già vittorioso su Tel Aviv al momento della tentata invasione del Libano da parte di Israele.

È evidente quindi che le potenze occidentali, consapevoli dell’importanza strategica delle risorse di cui dispongono la Siria e il Medio Oriente siano intenzionate a proseguire la cosiddetta “primavera araba” e ad esportare nuovamente la petrol-democrazia a suon di bombe, pronti però ad additare nel governo legittimo di un popolo sovrano il vero nemico della libertà.

Per tornare alle notizie delle ultime ore, all’attacco aereo israeliano contro un centro di ricerche siriano situato presso la capitale Damasco, il governo di Assad ha risposto con un “volantinaggio dannunziano” sui cieli di Tel Aviv (evidente il richiamo alla celebre impresa del Vate sui cieli di Vienna nel 1918), sganciando coi suoi jet migliaia di volantini anziché bombe e missili, a testimonianza delle sue intenzioni pacifiche e della capacità di un governo, dipinto dalla stampa internazionale come violento e sanguinario, di saper rispondere persino ad un attacco missilistico con lo stile e con la saggezza di quell’antico popolo che è chiamato a rappresentare: quello siriano che, nonostante gli intrighi e le macchinazioni dei Signori del Petrodollaro, resta saldo a difendere la sua postazione, la sua indipendenza, la sua sovranità, in una parola la sua libertà.

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