ALLA RICERCA DEL PARADISO: LA STRADA DEL FUTURO?

di Alessandro Raponi

Si moltiplicano le richieste per l’anno all’estero, un fenomeno da tenere d’occhio. download

Da un po’ di anni a questa parte, fra i giovani si sente parlare sempre più spesso dell’anno all’estero. Il programma scolastico italiano sembra attrarre sempre meno le nuove generazioni, che vedono un’ottima occasione per vivere nuove esperienze studiando in una scuola straniera, in Europa o in America.

Moda temporanea? Crescita del’insoddisfazione degli studenti per via di piani didattici obsoleti? Ricerca di un’occasione per lavorare di meno o per un futuro più sicuro?

L’unica cosa certa è che il fenomeno viene sempre più discusso e preso in considerazione dai giovani, non solo italiani ma anche stranieri.

Un po’ vittime della scuola italiana in declino, un po’ per trovare un qualcosa che offra maggiore innovazione e stabilità per il futuro, i giovani studenti della scuola superiore decidono di frequentare una scuola all’estero durante il quarto anno o anche per diplomarsi. Nonostante i costi elevati e la crisi generale dell’economia, il fenomeno potrebbe essere la risposta a una problematica sociale del nostro paese. Il sistema scolastico italiano, inaridito e pressante, pare non offrire più un piano formativo compatibile al tempo in cui viviamo, preoccupandosi esclusivamente di impartire lezioni frontali, considerate spesso verità dogmatiche, in cui gli alunni vengono coinvolti solo nel momento delle interrogazioni e non oltre.

Negli altri Stati europei la scuole pubbliche offrono servizi e  offerte formative molto più avvincenti e che favoriscono un maggiore accrescimento delle capacità umane, in cui il ragazzo può muoversi liberamente costruendo i pilastri per la vita universitaria e lavorativa. Ma lo stesso ambiente sociale straniero favorisce uno sviluppo mentale e culturale più aperto e pronto alle esigenze di un mondo che evolve in continuazione.

L’Italia, al contrario, tende a rimanere rannicchiata nella sua grettezza e nella sua provincialità, pregiudicando moltissime opportunità per una modernizzazione adeguata. Gli studenti, di conseguenza, cercano all’estero un qualcosa di reale che li segni incisivamente, spingendoli a maturare il bello che possono offrire, senza dubbio più motivati e valorizzati.

Imparare una lingua diversa, diventare più indipendenti e aprirsi ad una cultura cosmopolita sono le tre chiavi attorno alle quali gravita l’esperienza annuale all’estero, ma ci sono diversi docenti italiani che non sono d’accordo. Molto spesso dichiarano che si tratta di un anno sabbatico, in cui il ragazzo cade nell’oblio dell’ignoranza e della superficialità, per poi ripresentarsi in Italia peggio di prima, visto che nei paesi più in voga come gli Stati Uniti o il Regno Unito non è garantita una politica scolastica rigorosa e formativa come quella italiana. Se da un  lato la didattica anglosassone pare non sia sufficientemente rigorosa e assolutamente non conforme agli standard umanistici italiani, dall’altro consente la crescita in precisi ambiti disciplinari per guidare la persona verso ciò che gli piace fare, mettendogli a disposizione laboratori attrezzati, aule informatica efficienti e strutture scolastiche (leggi palestra o luoghi sportivi e locali in generale) controllate e funzionali alle esigenze; senza che l’alunno debba smarrirsi in situazioni disciplinari che non gli appartengono e in cui, a stento, vede la luce. L’umanità, del resto, non si impara fra i banchi di scuola e soprattutto non si calcola in base alle conoscenze. Manca forse ai docenti la percezione di lavorare in ambienti in cui si studia molto, ma si impara davvero molto poco.

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